Vito limone la forma del bello IL salto da Kant a Schiller



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La Cicuta On-line

Sezione: Estetica

Autore: VITO LIMONE

La forma del bello

Il salto da Kant a Schiller

Il ponte oltre l’abisso: l’estetico come s-fondamento nel tempo.

L’aporeticità del sistema kantiano è il presupposto e, allo stesso tempo, lo stimolo per la radicalizzazione di alcuni motivi teoreticamente rilevanti dell’impianto trascendentale e per la loro torsione nella prospettiva idealistica post-kantiana, totalmente diversa da quella originaria. La stessa introduzione alla Critica del Giudizio è ripensata completamente nelle lettere che Schiller scrive quasi di getto tra il 1792 e il 1793, immediatamente subito dopo la pubblicazione e la lettura della terza Critica. L’opposizione, la Widerspruch, la “contraddizione” tra l’orizzonte intrascendibile e finito del pensare scientifico-determinante, per il quale l’oggetto è semplicemente un positum, una Vorstellung, una “rappresentazione” dell’Intelletto, e l’Incondizionatezza del volere morale, il Freiheitsbegriff, il “concetto della libertà”, non può essere risolta, ma soltanto mediata; l’Urteilskraft, la “capacità di giudizio” non è la sintesi dialettica di Verstand, “intelletto” e Vernunft, “Ragione”, ma un Mittelglied, un “anello di congiunzione”, un medium, un Übergang (KdU.,1771). L’“incommensurabilità” dell’abisso che si apre tra i Naturbegriffen, “concetti dell’intelletto” e la Granzelosigkeit, l’“illimitatezza” dell’ideale trascendentale (il Kluft, l’“abisso” è così unübersehnbare, “immensurabile” che l’intelletto non riesce a concepirlo, cum-capĕre, a “con-tenerlo” tutto, non riesce ad abbracciarlo tutto con lo sguardo, sehen – un-über-sehn-bare è “ciò oltre cui (-über-) la vista (-sehen-) non può andare”, ibi.176). Le primissime lettere schilleriane sembrano assumere una soluzione di continuità rispetto all’insolubilità della contraddictio che emerge nel passaggio dalla prima alla seconda Critica: l’esperienza estetica non può esser altro che “il passaggio [Übergang] dal dominio delle mere forze [Herrschaft bloßer Kräfte] a quello delle leggi [Herrschaft der Gesetze]”(L’educazione estetica, III)2, ossia il “passare [übergehen] dal sentire [Empifenden] al pensare [Denken]”(Schiller,XX) “non-mediato”, unmittelbare. Tuttavia, la contraddittorietà delle Vermögenen, delle “facoltà dell’animo” umano è solo una Selbst-taüschung, un’“auto-illusione”(Schiller,IV): come la posizione di una determinatezza implica la posizione della totalità in cui si risolve; così la posizione della diverse facoltà, trascendentalmente, implica la posizione della loro unità ideale – ogni “individuo porta in sé un puro uomo ideale [idealischen Menschen]” e il “compito della sua esistenza [Aufgabe seines Dasein] è quello di accordare [übereinzustimmen] tutti i grandi cambiamenti con un’immutabile unità [unveränderlichen Einheit]” (Schiller, IV). In Kant, l’impossibilità trascendentale dell’unificazione delle facoltà della soggettività impedisce non solo la costruzione sistematica, ma soprattutto la Übereininung, la “sovra-determinazione” di una facoltà sulle altre. Se non si dà sistema, trascendentalemente-kantianamente, non si dà neanche la possibilità di un’organizzazione delle facoltà dell’animo: l’uso puro-regolativo delle Gründgesetze, delle “leggi fondamentali” dell’intelletto, impedisce una conciliazione, una Harmonie, una “sintesi” con la Vernunft, che “oltre-passa”(über-treffen, KrV) il dominio dell’Intelletto; l’uso dialettico degli entia rationis, dell’“ideale trascendentale”, dei “concetti senza rappresentazione sensibile” esibisce l’impossibilità per l’intelletto di determinare, di rappresentare finitamente il puro negarsi di qualsiasi determinatezza, di qualsiasi rappresentazione finita – e la rappresentazione che dice l’irrappresentabile è auto-contraddittoria. Il primo superamento che Schiller – e dopo di lui tutta l’estetica post-kantiana opera verso la Critica del Giudizio – è essenzialmente metodologico: in tanto è possibile l’insieme finito ed intrascendibile delle leggi scientifiche dell’intelletto, in quanto pre-suppone (vor-aus-setzung) l’idea della totalità dei fenomeni in esso descrivibili – e in Schiller, l’intersezione, la zusammen-treffen, la “congiunzione unificante” (Schiller, IV) tra Verstand e Vernunft, tra “molteplicità dei fenomeni” e “idea trascendentale” della loro uni-totalità si dà nell’esperienza estetica. Nell’“analitica del sublime” Kant esibisce tutta la problematicità e la paradossalità dell’esperienza della finalità, che ha luogo nel giudizio estetico: nel giudizio riflettente sul sublime, l’Einbildungskraft, la vis imaginativa della soggettività, tende infinitamente alla rappresentazione finita dell’Infinito, del togliersi di qualsiasi finitezza; nella “valutazione estetica [ästetische Größenschätzung]” si fa esperienza della “tendenza [Bestrebung] ad una comprensione [Zusammenfassung] superiore ad ogni facoltà dell’immaginazione di comprendere l’apprensione progressiva [die progressive Auffassung] nella totalità di un’intuizione e avvertiamo insieme l’inadeguatezza [Unangemessenheit] di questa facoltà, illimitata nel suo procedere, a cogliere [zu fassen] e ad applicare alla valutazione delle grandezze una misura fondamentale” e “con la minima fatica dell’intelletto [Aufwande des Verstandes]”(KdU,255). Nel giudizio riflettente estetico, l’Einbildungskraft, l’“immaginazione”, produce rappresentazioni determinate che in-tendono all’infinito, all’indeterminato, all’incondizionato; la rappresentazione estetica – quale è definita nel giudicare estetico – è auto-contraddittoria: da una parte, pur essendo rappresentazione dell’infinito, in quanto “rappresentazione” (Auf-fassung, in quanto “posta”, -fassung, “separatamente”, auf-, dall’altro) è finita; dall’altra, pur essendo rappresentazione finita e determinata, in quanto rappresentazione dell’infinito, in quanto in-tenzione all’infinito (Erwiderung der Einbildungskraft, “estensione dell’immaginazione” appunto), è infinita. In Kant – e questo è esatto dallo stesso impianto trascendentale – la rappresentazione estetica tiene contemporaneamente all’infinità dell’“autentica ed inalienabile misura della Natura [eigentliche unveränderliche Grundmaß der Natur]”, all’assolutezza del Freiheitsbegriff, del “concetto della liberà” – che è un concetto razionale - e alla determinatezza del Naturbegriff, del “concetto della natura”, dell’Intelletto calcolante, dal punto di vista del quale l’ideale trascendentale della Absolute Totalität, della “totalità assoluta” è solo ens rationis, selbst widersprechender Begriff, “un concetto auto-toglientesi” (ibi.). L’ipotesi kantiana della medietà del giudizio riflettente – del suo essere contemporaneamente rappresentazione finita e in-finita, senza però essere né l’una né l’altra – è totalmente superata nel modello schilleriano. Nelle Lettere è evidente un ripensamento radicale della soluzione aporetica della Kritik der Urteilskraft: la rappresentazione estetica non può porsi semplicemente come Übergang, come “passaggio” dal finito all’infinito, senza risolversi né nell’uno né nell’altro - l’Urteilskraft in questo caso sarebbe solo una Erschlossenheit, un’apertura sull’infinito, un behaupten, un “pretendere” (Schiller,XX), un porre senza nessuna “rappresentazione sensibile”, senza nessuna storicità oggettuale del suo contenuto. L’autentico giudizio estetico – in Schiller – è la sintesi dialettica della finitezza della Vorstellung, della Empfindung, della “sensazione determinate”, e della Freiheit, della “Libertà” del volere – non come “anarchia [Gränzelosigkeit], ma come armonia delle leggi [Harmonie der Gesetzen]” (Schiller, XVIII); l’esperienza della Zweckmäßigkeit, della “finalità della natura”, non è solo Durchgang, “movimento” dalla possibilità, solamente pensabile, dell’Assoluto alla necessità della realtà naturale, dalla Nothwendigkeit alles Wirklichen, dalla “necessità del reale tutto” – come sintesi a priori del molteplice – alla Wirklichkeit alles Möglichen, alla “Realtà del possibile” – come darsi dell’idea di totalità nello stesso orizzonte del comprehenděre (Schiller,XI) – ma né è l’unità dialettica. Secondo la prospettiva critico-trascendentale kantiana, è soltanto ipotizzabile, “pensabile” (denk-bare) la sintesi di Verstand e Vernunft, ovvero può essere assunta solo regolativamente l’idea di un’unità possibile; Schiller – anticipando già il passaggio all’idealismo dialettico post-kantiano – concependo la necessità della completezza, della Vollkommenheit, della “uni-totalità” (Schiller,XIV) delle facoltà dell’animo umano, insiste certamente sull’auto-posizione del giudizio estetico come auftunen, come un “aprire” non solo nel senso di una conciliazione meramente possibile di facoltà contra-ddittorie, ma anche nella prospettiva della risoluzione dei termini mediati nel Sinn, nel “senso” finale, nella immagine della “divinità (in quanto) aperta nei sensi [aufgethan in den Sinnen]” (Schiller,XI). Schiller ripensa il lessico kantiano in una prospettiva oltre-Kant: “l’astrazione distingue nell’uomo qualcosa che permane e qualcosa che si muta costantemente. Chiama persona [Person] ciò che del suo stato permane, stato [Zustand] ciò che si modifica”(ibi.). Lo “stato” è Veränderung, “mutamento” – ossia la successione di rappresentazioni determinate e reciprocamente differenziante-si – e la misura di questa successione è il tempo. Schiller parafrasa la nozione kantiana di Zeit/Zeitung, presente nel passaggio dall’Estetica trascendentale allo Schematismo nella prima Critica: “il tempo, come condizione formale [formale Bedingung des Mannigfaltigen] del senso interno, quindi della connessione di tutte le rappresentazioni [Vorstellungen], contiene un molteplice a priori nella intuizione pura”(KrV,p.137). Il tempo, in quanto insieme di rappresentazioni susseguenti-si secondo l’ordine del “prima” e del “poi”, ne è sia il Bedingung, l’“insieme” appunto, che la Folge, la “successione”, ossia lo stesso passare da una rappresentazione all’altra, lo stesso mutare, temporalizzarsi. E infatti, in Kant, il darsi del tempo come condizione formale dell’esperienza e, in uno, come ciascuna singola esperienza temporalizzata, fa del tempo stesso il medio, il principio regolativo della sussunzione del dato nel concetto – ossia lo “schema trascendentale”. E l’idea schilleriana di tempo non è ne così lontana. Ciò che permane nell’uomo, in quanto non si fonda su null’altro se non su se medesimo, è l’Incondizionato, la Freiheit, la “libertà”. Tuttavia, se il tempo, come insieme di rappresentazioni progressive, come temporalizzazione, presuppone un’attività “misurante”, assolutamente libera ed incondizionata – altrimenti anch’essa sarebbe una rappresentazione - quest’attività non è altro che la Person, la “persona”, in quanto libertà, spontaneità della Zeitung medesima. Il tempo, come insieme di rappresentazioni determinate e condizionate, pre-suppone l’incondizionatezza della persona, come illimitata vis imaginativa, come Vorstellungskraft (Schiller, XIX): come la Freiheit, la “libertà” del rappresentare – la kantiana Spontaneität der Verstandtende a produrre rappresentazioni che siano uniformi alle proprie leggi (Sinnliche Trieb), e la Zeit, il “tempo”, tende all’unificazione della “molteplicità sensibile” nella sintesi concettuale – il kantiano Verstandesbedürfniß, “bisogno dell’intelletto” -, alla comprehensione della totalità (Form Trieb), così il “concetto della libertà [Freiheitsbegriff] deve realizzare nel mondo sensibile lo scopo [Zweck in der Sinnerwelt] posto mediante le sue leggi, e la natura deve poter essere pensata in modo che la conformità alle leggi [Gesetzmäßigkeit], che costituiscono la sua forma, possa almeno accordarsi con la possibilità degli scopi”(KdU,176), ossia che la Vernunft, la “ragione” produca rappresentazioni coerenti alle sue leggi, e che il Verstand, l’“intelletto” come molteplicità delle rappresentazioni si fondi sull’unità dell’idea razionale. Come in Kant l’intelletto tende all’unificazione nella sintesi dell’incondizionato, nella sintesi razionale, e la Ragione tende alla storicizzazione-temporalizzazione della propria incondizionatezza, così in Schiller, la Freiheit, la “libertà” dell’uomo tende a rappresentarsi, farsi tempo, e la Zeit, come “temporalità” e successione di rappresentazioni finite e molteplici, tende ad infinitizzarsi ed unificarsi, a farsi cioè libertà.

Il Gioco e la rappresentazione: l’Apertura all’infinito

Esiste una perfetta soluzione di continuità tra il modello kantiano-trascendentale e quello schilleriano: la Widerspruch, la “contraddizione” tra i due dominii (Glieden), tra “rappresentazione” e “spontaneità” del rappresentare, tra tempo e libertà, non si dà se non come richiamo reciproco di dominii, appunto, opposti. Il tempo, come temporalizzazione della libertà, e la libertà, come de-temporalizzazione del tempo, si richiamano vicendevolmente – “l’impulso sensibile [Sinnliche Trieb] vuole che vi sia mutamento, che il tempo abbia un contenuto [die Zeit einen Inhalt habe]”, ossia che il tempo si faccia temporalizzazione, che la Vorstellungskraft si faccia Vorstellung; e “l’impulso formale [Form Trieb] vuole che il tempo sia soppresso [die Zeit aufgehoben], che non vi sia mutamento alcuno”(Schiler,XIV), ossia che il tempo si de-temporalizzi, si faccia “libertà”, e la Vorstellung, togliendosi, si dia come il puro volere dell’Einbildungskraft, della vis imaginativa3. La rappresentazione, che è sintesi, e non semplicemente Übergang, “passaggio”, della de-temporalizzazione della tempo, e suo farsi libertà, e della temporalizzazione della libertà (Zeitung der Freiheit), e suo farsi tempo, è la rappresentazione estetica, ossia la bellezza. Un’eco kantiana risuona nella definizione schilleriana della tensione che muove l’immaginazione alla produzione della rappresentazione del bello: lo Spieltrieb, l’“impulso del gioco”, non è altro che il libero “gioco delle facoltà” dell’animo, l’“accordo delle facoltà rappresentative [Vorstellungskräfte Zusammenstimmung]” (KdU,188), ossia di Einbildungskraft, dell’“immaginazione” e del Verstand, dell’“intelletto”. Solo l’“impulso al gioco” può porsi come unità sintetica originaria di opposti dominii, di opposte facoltà, in quanto “sarebbe diretto a sopprimere (aufzuheben) il tempo nel tempo, a unificare il divenire con l’essere assoluto, il mutamento con l’identità” (Schiller,XIV). La rappresentazione estetica è quella rappresentazione dell’infinito, dell’Incondizionato, della libertà, che, in quanto rappresentazione finita, si toglie nella sua finitezza: la rappresentazione del bello è quella rappresentazione che si toglie in quanto rappresentazione. Il bello non è altro che l’auto-posizione del tempo in quanto tolto, negato, de-temporalizzato – appunto, passato nella “libertà”, Freiheit – e l’“infinito che si apre [das Unendliche aufgeht]”(Schiller,XIV), che si schiude nella esibizione estetica è l’immediato togliersi – Aufhebung (Schiller,XIX) - della rappresentazione in quanto finita. La rappresentazione estetica (die ästhetischen Einheit, l’“unità dell’estetico” Schiller,XXV), in quanto rappresentazione che dice il suo non essere rappresentazione, in quanto rappresentazione che si toglie nell’atto stesso di porsi, è una Vereninung, “unificazione” di finito e infinito, dove il finito, il tempo, ponendosi, si auto-toglie, e l’infinito, la libertà, si dà come il togliersi stesso del finito, come End-losen, “senza-fine”; come lo “spazio vuoto” che si dischiude immediatamente al negarsi della finitezza della Vortsellung; come quella Bestimmungslosigkeit, quell’“assenza di determinazioni” che si esibisce al solo negarsi di qualsiasi determinazione. In questo si apre l’abissale differenza tra Kant e Schiller – oltre che l’anticipazione del passaggio a tutta la tradizione post-kantina, e in primis dell’estetica hegeliana sin dall’analisi della forma artistica della Filosofia dello Spirito jenese del 1805-06. L’impianto trascendentale del sistema kantiano esclude, a priori, qualsiasi possibile Über-einstimmung, “sovra-determinazione” di una facoltà superiore alle altre; qualsiasi possibile Ver-eininung, “unificazione” delle facoltà nella sintesi dell’esperienza estetica: e in questa prospettiva, la “rappresentazione” artistica può solo essere espressione della Bestrebung, dello “sforzo”, ossia della Erweiterung der Einbildungskraft, del tendere infinito dell’“immaginazione” all’Infinito stesso, del suo riproporre continuamente immagini finite dell’Incondizionato, senza mai riuscire a corrispondervi. Schiller supera l’idea che l’estetico sia solamente Spannung, “tensione” illimitata, inesauribile. L’espressione estetica è quiete; l’“immaginazione nel tentativo di una libera forma [Versuch einen freyen Form] spicca finalmente il salto [Sprung] verso il gioco estetico” e l’opposizione insuperabile di finito e infinito, di tempo e libertà, si concilia nel bello. La rappresentazione estetica, pur essendo rappresentazione – e quindi finita – è quella rappresentazione che dice di sé il suo togliersi in quanto rappresentazione finita, e il togliersi della rappresentazione in quanto finita non è altro che l’aprirsi (öffnet, “aprire”, “rivelare”, Schiller,XXII) di uno spazio altro, di un’infinità vuota, puramente “determinabile [Bestimmbare]”(Schiller,XXI). Solo in questo orizzonte, il bello si pone come sintesi autentica, completa, della finitezza della materia sensibile e dell’Illimitatezza della sua forma, che non è altro se non il togliersi della finitezza, il suo Auf-heben, anzi il suo essere già da sempre tolta, auf-gehoben: “in un’opera d’arte [Kunstwerk] veramente bella il contenuto non deve costituire nulla, la forma invece tutto…e l’autentico segreto artistico del grande maestro sta in questo, che egli cancella la materia con la forma [den Stoff durch die Form vertilgt]”(Schiller,XXII) – la forma – che Hegel4 negli appunti del 1805 avrebbe chiamato Gestalt – è l’immediato togliersi della finitezza e determinatezza della materia sensibile; la Freiheit, la “libertà”, è l’immediato negarsi della Zeitung, del “tempo”, ossia il dischiudersi di un Aperto, di un “illimite”(Gränzelos). L’esperienza estetica, in quanto Offenbarung, “rivelazione” immediata di un End-lose, del “Non-” del finito, è totalmente “destabilizzante” (an-spannende, “stimolante”, Schiller,XVI): la rappresentazione artistica “disvela” (hervorbringen, da her-vor-bringen, “portare-alla-presenza”, Schiller,XXIII) uno spazio, che si toglie come spazio, come Gestalt, “figura”, e si dà come Endolosen Raum, “spazio sterminato”(Schiller,XIX) – nessun begrenzen, nessuna “limitazione” o “divisione” sarà mai in grado di catturarlo - ed un tempo, che si toglie come tempo, come Veränderung, come “mutamento”, e si dà piuttosto come Zeitganze, “intero temporale”, come “istante”, Augenblick, che nessun theilen, nessuna “successione” sarà mai in grado di comprehendĕre. Solo l’opera d’arte bella riesce concretamente ad esibire uno spazio senza confini ed un tempo senza “prima” e senza “dopo”; solo l’esperienza estetica espone lo spettatore dinanzi ad una finitezza, che si toglie come finitezza nell’atto stesso di im-porsi, e dissolve nell’Infinità indefinita che si schiude come il togliersi stesso. Il bello assume allora un significato eccedente il suo essere semplicemente Mittelglied, “anello di congiunzione” di termini, che rimangono astrattamente altri, in-differenti; la “bellezza è sicuramente l’opera della libera considerazione [Betrachtung] e con essa entriamo nel mondo delle idee [die Wel der Ideen] – ma…senza perciò abbandonare il mondo sensibile [ohne darum die sinnliche Welt zu verlassen](Schiller,XXV)” – la bellezza mostra la sintesi autentica di finito e infinito, su cui lo sguardo, Betrachtung, “insiste”, si sofferma. La rappresentazione estetica non è, kantianamente, esperienza di un’Impossibile, ossia del tentativo dell’Immaginazione finita di contrarre l’infinito in figure de-terminate, ma è testimonianza concreta del darsi di questa impossibilità, della sua realtà fattuale – della “realtà” dell’Assoluto, ossia della “realtà di ogni possibilità [Wirklichkeit alles Möglichen] (Schiller,XI)”. Il passaggio da Kant nella tradizione idealistica è annunciato; come già è annunciato anche il passaggio a Hegel. E il porsi dell’arte bella come sintesi di condizionato ed incondizionato è una rivoluzione nell’esistenza storica dell’uomo: fintantoché l’uomo è “schiavo della natura [Sklaven der Natur], qual è sinché si limita a sentire [empfinden]” ed essa lo “domina come mero potere [Macht]”(Schiller,XXV), l’uomo si sente altro, si ali-ena, si sente assolutamente libero ed incondizionato, pur sapendosi schiavo e condizionato. La posizione di Schiller muove, in questo senso, proprio contra l’esperienza estetica kantiana del bello, come esperienza di alienazione: il sentimento estetico non può percepire nel bello una “finalità” ed una “libertà” a sé completamente esterna, straniera – e nell’sentire una finalità esterna, straniera, percepisce un’Incondizionatezza altra dalla propria, e si percepisce a sua volta come da essa condizionato, non più In-condizionato. La produzione artistica muove dall’esperienza della Contraddizione, in un processo di liberazione della coscienza: l’arte, come volontà di essere la sintesi di condizionato ed incondizionato, di essere l’Assoluto, oltre il quale non si dia nulla, muove dalla “coscienza infelice”, dalla contraddizione in cui la volontà si sente incondizionata, ma, percependo la natura come astrattamente altra da sé, si sa condizionata. L’auto-porsi della Volontà come assoluto Incondizionato è possibile solo come negazione della natura, ossia dello stato di finitezza, di condizionatezza: l’esperienza estetica è, in sé, sintesi di condizionato ed incondizionato in quanto il togliersi stesso del condizionato. “L’uomo diviene legislatore [Gesetzgeber] non appena pensa [er denkt]”(Schiller,XXV), non appena la natura, la materia “come oggetto non detiene alcun potere [Gewalt] su di lui, dovendo invece subirne il potere”(ibi.): l’arte, come togliersi della finitezza ed aprirsi dell’Illimite, è esperienza di liberazione – il prodotto artistico, come prodotto dell’uomo, rappresenta concretamente il negarsi dell’alienazione in cui l’uomo si trova ad essere: nell’arte, l’uomo fa esperienza del togliersi del finito e dell’aprirsi a sé di un’ulteriorità, di un Aperto, in cui da sempre già è.

1 I. KANT, Critica del Giudizio, Laterza, Roma - Bari,2008 – traduzione italiana A.Gargiulo – l’originale di riferimento è da I.KANT, Sämmtliche Werke, Leipzig, 1868, vol.VIII, a cura di G. Hartenstein.

2 SCHILLER, L’educazione estetica dell’uomo. Una serie di lettere, Bompiani, Milano, 2007 – idem lett.III,pg.49

3 Cfr. L.PAREYSON, Estetica dell’idealismo tedesco, I. Kant e Schiller, Mursia, Milano, 2007 – in particolare pp. 165-226 (sui rapporti tra la tradizione e l’impianto critico-trascendentale kantiano e la soluzione di Schiller) e pp.276-286 (sulla discussione del concetto di Bildung/paideia nel confronto diretto con Fichte); L.PAREYSON, Essere libertà ambiguità, Mursia, Milano, 1998, a cura di F.Tomatis, in particolare pp. 111-120.

4 G. W. F. HEGEL, Filosofia dello spirito jenese, Laterza, Roma - Bari, 2008 – trad. italiana a cura di G.Cantillo.




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