Vittorio f. Guidano psicoterapia: aspetti metodologici, questioni cliniche e problemi aperti



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SIENA 2-5 SETTEMBRE 1998

VI° CONGRESSO INTERNAZIONALE SUL COSTRUTTIVISMO IN PSICOTERAPIA
VITTORIO F. GUIDANO
PSICOTERAPIA: ASPETTI METODOLOGICI, QUESTIONI CLINICHE E PROBLEMI APERTI
Scopo di questa relazione è affrontare quelli che sono i problemi aperti o controversi nel costruttivismo attuale, ma specialmente con riferimento alle implicazioni psicoterapeutiche. Il costruttivismo attuale è un’area al tempo stesso diventata molto popolare, come vedevamo il primo giorno dall’intervento di Michel Mahoney, però al suo interno non è abbastanza distinta e non è abbastanza omogenea, per cui vi sono degli aspetti “controversi” su alcune delle questioni di base, che influenzano poi largamente i differenti metodi terapeutici all’interno del costruttivismo stesso.

Io vorrei riferirmi, in questa relazione, a tre temi principali, con le loro ripercussioni sul campo terapeutico. Il primo è il tema riguardante il Self, il secondo è il tema riguardante il significato, e il terzo è il tema riguardante il modo di intendere la narrativa, vista l’importanza e la popolarità che la narrativa sta assumendo in questi ultimi anni.


Il Self

Cominciamo col primo tema: il problema del Self. Questo è un problema abbastanza evidente, come ha sottolineato Bob Nimeyer nel libro edito da lui e da Mahoney stesso. Se uno vede a panoramica il mondo del costruttivismo attuale, rileva che ci sono due polarità, due modalità principali di concepire il Self.

Quella di vederlo come un processo unitario, o centralizzato, e quella di vederla come un processo più frazionato, come il risultato cioè di un intreccio, di conversazione. Io credo che su questo argomento, sul modo di concepire il Self, ci sia ancora un pò di confusione, se concepirlo come processo o concepirlo come entità. Certo, mi rendo conto che oggi quasi più nessuno lo considera come entità nel senso tradizionale razionalista cartesiano del “Cogito ergo sum” cioè di un Self senza contesto, di un Self impersonale: queste sono le tradizionali “Self concept theories” dove il Self era una specie di costrutto, di entità centrale. Certo, oggi questa visione qui non c’è più, però secondo me ancora in molti autori che portano avanti la visione del Self come frazionato, come intreccio di conversazioni, si vede questa tendenza di decontestualizzare il Self, di toglierlo dal suo contesto personale: mi riferisco per esempio ad un autore ben noto nel mondo costruttivista che è Mascolo, che in un articolo pubblicato di recente, nel 1998, dice alla lettera “Sebbene il Self sia inerentemente frazionato, il suo sviluppo accade nella direzione di una integrazione progressivamente crescente”… Cioè mi pare che anche negli autori che portano avanti questo tema del Self frazionato, sorga poi l’esigenza di chiamare da qualche parte una capacità di integrazione, che lo fa svolgere in maniera unitaria, anche se poi questa capacità di integrazione sembra a volte apparire dal nulla, data per scontata. C’è qui la tendenza, a mio avviso, per questo dicevo il Self come entità, a vedere il Self come fosse corrispondente o equivalente agli ingredienti, ingredienti fra virgolette, alle strutture della mente: il Self come memoria, o il Self come percezione, o il Self come ragionamento.

Le strutture della mente sono sotto-sistemi che hanno, come in tutti i sistemi complessi, un “controllo coalizionale” quindi sono ampiamente autonomi, anche se coordinati all’interno di un processo unitario. Io direi che la tendenza all’unitarietà del Self non va vista in uno dei suoi ingredienti (o nel gioco tra di loro) ma va vista nella processualità del Self. Il Self è essenzialmente un processo, non è un’entità, non è una struttura, non è un insieme di strutture, ma è il processo che dà a tutte queste strutture una configurazione d’assieme, è un processo il cui svolgimento è tenerle sempre in qualche modo assieme.

Ma mi riferisco anche ad un altro aspetto, quando di nuovo si vede un Self di tipo acontestuale, senza o fuori dal contesto. Mi riferisco ad esempio a nozioni di Self molto note, come il così detto “Self svuotato”, “the empty Self” di Gergen. Gergen intende dire, nel suo libro molto famoso, “Il Sé saturato” che praticamente il Self attuale è dissolto, è una entità illusoria, e porta questo come emblema della situazione post-moderna. Ecco, io credo che questo qui sia un modo di accostarci ad un problema, cioè le trasformazioni della coscienza contemporanea, togliendole dal contesto evolutivo e di sviluppo. Sappiamo che il Self, la coscienza di sé stessi, era diversa cinquant’anni fa, sappiamo che era diversa nel secolo scorso, sappiamo che era diversa nel Medio Evo e nel Rinascimento… Oggi abbiamo una quantità di dati storici che ci permette di costruire la storia dell’identità personale, quindi è un processo evolutivo di lunga data… chi ci dice se non è arrivato adesso alla sua fase culminante e che il Self che oggi viviamo come “Self vuoto”, sia poi l’essenza del Self, quello che è sempre stato, cioè che è stato sempre un illusione. Non solo, ma questo Self vuoto non cessa comunque di essere un Self agente, non cessa comunque di essere un “agency”, è un agency che impersona, che vive, che svolge il suo vuoto, quindi che mantiene tutte le sue caratteristiche di Self come processo attivo e unitario.

Nell’ottica che io cerco di portare avanti con tanti colleghi da molti anni, io preferisco vedere il Self come un processo evolutivo, che ha una storia evolutiva e che ha una storia ontologica. E qui, lo dico per delineare alcuni aspetti controversi, se noi lo vediamo come processo evolutivo, evolutivo significa “come una capacità di riferirsi a Sé e agli altri che emerge a partire da certi primati all’interno di un mondo intersoggettivo per le necessità evolutive che quel mondo richiede”. In un mondo inter-soggettivo in cui è necessario essere sempre consensualmente coordinati è chiaro che la capacità di individualizzarsi, la capacità di poter ricostruire intenzioni e le emozioni degli altri e riconoscere le proprie, migliorerà di molto questa coordinazione consensuale. Quindi da un punto di vista evolutivo l’emergenza del Self è semplicemente la risposta alle pressioni selettive, evolutive portate e prodotte da un ambiente intersoggettivo.

Proprio perché l’insorgenza del Self è questa, il punto che mi sta a cuore sottolineare è che il Self per sua “struttura inerente” per usare le parole di Mascolo, è dialettico, nel senso che il Self sempre comprende l’altro. Questo lo si vede in termini evolutivi: nei primati le prime emergenze di capacità di individuazione sono sempre accompagnate, vanno in simultanea con una percezione e ad un apprezzamento delle capacità dell’altro. Non solo il Self comprende sempre un senso dell’altro, comprende in generale un senso, non solo degli altri, ma di quello che non è Sé, del mondo. Il fatto stesso di sviluppare un senso di me implica un senso di ciò che è canonico, di ciò che è normativo, implica simultaneamente che io mi senta in un certo modo rispetto al mondo cui appartengo, alla canonicità, alla normatività del mondo cui appartengo. Quindi le categorie “alterità”, “altro da sé”, altri nel senso di “altre vite” o di altre persone, o altro da sé come quello che è il mondo, sono comprese nell’insorgere stesso del Self. Ecco perché a volte non riesco a capire questo modo di porre i problemi che si vedono spesso in letteratura, come se quando uno parla di Self esclude gli altri, come se per prendere in considerazione gli altri si debba parlare di “Self frazionato”. Io credo che i due discorsi, proprio perché sono dialettici, sono insieme: se uno ha un Self frazionato, gli altri li vede frazionati; se uno ha un Self unitario, gli altri li vede unitari.

Un’altra cosa vorrei dire: il Self non solo è un processo dialettico, ma è un processo multi-livellare. Avviene a tanti livelli. Io adesso qui non mi starò ad occupare dei livelli più bassi… avviene persino a livello fisico, a livello biologico. A livello biologico in tutti gli animali, noi compresi, c’è il sistema immunitario che ci permette di distinguere tra Self e non-Self. Ma andiamo ai livelli che ci interessano: ai livelli che ci interessano il Self è, come minimo, non solo bilivellare, ma multimodale, cioè in ogni momento c’è un fluire continuo di quella che potremmo chiamare una esperienza immediata di sé stessi, e poi con le capacità di linguaggio che abbiamo c’è questo continuo fatto di dover riordinare in sequenza, di sequenzializzare l’immediatezza del nostro sentirci vivere. Questa è una cosa che non possiamo ignorare, è la caratteristica più grande, esclusiva, che abbiamo come esseri umani. Diceva Ortega y Gasset all’inizio di questo secolo che gli esseri umani sono le uniche cose viventi che per vivere debbono continuamente darsi spiegazioni della loro esistenza. Questa è la radice del significato, è in questa dialettica tra questi due livelli del Self, tra l’esperienza immediata che ho di me e l’immagine cosciente di me che l’assimila, la organizza e la spiega. Ecco perché il Self è un processo dialettico multi-livellare e multi-polare. Ma direi di più: è un processo anche che ha una evoluzione, ha una processualità senza fine cioè va avanti per tutto il processo di integrazione e di articolazione fra il senso di noi e l’immagine di noi, è un processo che non cessa neanche se vivessimo fino a 125 anni, va avanti da quando cominciamo a vivere fino alla fine della nostra vita.





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