Vygotskij sottolinea l’importanza del gioco, soprattutto in età prescolastica, in quanto offrirebbe al bambino la maggior opportunità di compiere esperienze ricche e varie



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24.01.2018
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Vygotskij sottolinea l’importanza del gioco, soprattutto in età prescolastica, in quanto offrirebbe al bambino la maggior opportunità di compiere esperienze ricche e varie. Secondo questo autore attraverso la finzione ludica il fanciullo allarga il proprio campo di azione e di conoscenza, esprimendo principalmente il proprio bisogno di conoscere e di adattarsi al mondo. L’attività creativa, l’inventività, deriverebbero dall’esigenza di intervenire in modo costruttivo e attivo sulla realtà per il gu­sto di vivere situazioni reali e allargare le proprie esperienze.
Secondo Vygotskij il gioco è un’attività basilare per lo sviluppo intellettivo e, nella prima infanzia, la più importante. A suo avviso, infatti, è il mezzo più efficiente per sviluppare il pensiero astratto: il bambino a questa età si crea delle situazioni immaginarie per superare i limiti delle sue possibilità di azione concreta e reale.
Per comprendere come il gioco faciliti il processo d’astrazione, Vygotskij parte dalla percezione dei bambini. All’inizio la percezione dell’oggetto è totalmente associata all’azione che il bambino può compiere su di esso, per es., la porta al fatto di potersi aprire e chiudere, il cavallo al fatto di cavalcare; con il gioco di immaginazione il bambino per la prima volta separa un oggetto dalle sue azioni o dalle sue proprietà. Tuttavia all’inizio non arriva a un vero e proprio processo simbolico in quanto il bambino ha bisogno di un oggetto concreto che in qualche modo renda possibile l’azione ed evochi realisticamente l’oggetto che vuole rappresentare. Per questa ragione l’oggetto usato nel gioco ha sempre, sia pur in maniera limitata, qualche proprietà che l’oggetto intende evocare.
Ad esempio, una tecnica di gioco efficacissima nello sviluppo dell’abilità di autoregolazione cognitiva e, più in generale, autoregolazione nelle performances prosociali, è il gioco di simulazione, il “facciamo finta che” ed anche il gioco di ruoli.
Questa categoria di attività ludiche offre percorsi metacognitivi attraverso le esperienze di:
• avvicinamento empatico ad altri punti di vista (il bambino diventa il suo personaggio)
• osservazione esterna di comportamenti (il personaggio si comporterebbe cosi’, come…)
• automonitoraggio nel mantenimento del ruolo (sono credibile come personaggio)
• correzione del proprio comportamento coerentemente al personaggio che si impersona (questo personaggio si comporta diversamente da me…)
• valutazione della performance attraverso parametri sia interni (ho recitato bene) che esterni (applausi).
Bruner[ii] considera il gioco intanto «un modo per minimizzare le conseguenze delle azioni e quindi apprendere in una situazione meno rischiosa»; inoltre gli appare come «una buona occasione per tentare nuove combinazioni comportamentali che non potrebbero essere tentate sotto pressione funzionale».
In questi giochi di finzione, del «fare finta che…», il bambino segue ini­zialmente un impulso puramente imitativo, che lo aiuta a varcare i limiti dell’infanzia, per proiettarsi nel mondo degli adulti, e impersonarne i ruoli.
Bisogna offrire quindi uno spazio intimo e protetto, un tempo preciso tra le attività programmate, oltre a quello liberamente scelto dai bambini; materiali neutri, “maneggevoli” dal punto di vista del significato simbolico che possono assumere; coetanei amici e vicini per capacità e interessi di gioco, per poter giocare ed anche sviluppare le proprie abilità metacognitive.

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