Wallerstein



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Immanuel Maurice Wallerstein 1930
1. Il metodo e la sua validità in ripresa e revisione applicata: il quadro storico.

2. Il processo di accumulazione i soggetti politici e sociali attivi.

3. Il sistema-mondo in dinamiche strutturali per la comprensione del presente.

4. Spunti per una teoria critica dell’economia politica in applicazione.


Wallerstein Immanuel 1974, 1980, 1989Il sistema mondiale dell'economia moderna, Bologna, Il Mulino, 1978; 1986; 1995.

Wallerstein Immanuel 1983 Il capitalismo storico, Einaudi, Torino 1985

Wallerstein Immanuel Alla scoperta del sistema mondo, manifestolibri, Roma 2003.

Wallerstein Immanuel Comprendere il mondo. Introduzione all’analisi dei sistema-mondo, Asterios editore, Trieste 2006


1. Il metodo e la sua validità in ripresa e revisione applicata: il quadro storico.

1.1. un metodo è sempre in fase di rinnovamento e di produzione (magari per differenza).

La vita e la vitalità di una teoria e soprattutto del suo metodo consistono nella loro ripresa, con variazioni. A questa caratteristica è legato lo sviluppo del pensiero scientifico, filosofico e comune. Si tratta di un dato che determina e spiega la lunga fortuna di autori considerati classici come Platone, Aristotele, Kant, Hegel e… Marx.

1.1.1. « Mi sia concesso, infine, di dire una parola su Karl Marx. Egli è stato una figura monumentale nella storia intellettuale e politica contemporanea. Ci ha lasciato una grande eredità, che è concettualmente ricca e moralmente ispirata. Tuttavia, laddove sostiene di non essere, lui, un marxista, dovremmo prenderlo più sul serio, senza scrollarci di dosso questa affermazione come se si trattasse di un bon mot.

Egli sapeva, a differenza di molti di quelli che si sono spesso autoproclamati suoi discepoli, di essere un uomo del secolo XIX, la cui visione era inevitabilmente circoscritta da quella realtà sociale. Sapeva, a differenza di molti, che una formulazione teorica è comprensibile e utilizzabile solo in rapporto alla formulazione alternativa che essa sta esplicitamente o implicitamente attaccando, mentre è del tutto irrilevante rispetto a formulazioni che riguardano altri problemi o che si basano su altre premesse. Sapeva, a differenza di molti, che vi era una tensione, nella presentazione del suo lavoro, tra la descrizione del capitalismo come un sistema perfetto (mai esistito nei fatti storicamente) e l’analisi della concreta realtà quotidiana del mondo capitalistico.» (Wallerstein Immanuel 1983 Il capitalismo storico, Einaudi, Torino 1985, VIII)

1.1.2. «Tutte le conoscenze vive sono composte da problemi che sono stati o che devono essere costruiti o ricostruiti, e non da descrizioni ripetitive. Il marxismo non fa certo eccezione. Non e né una branca dell’economia (teoria dei rapporti di produzione), né della sociologia (descrizione oggettiva della «realtà sociale»), né una filosofia (pensiero dialettico delle contraddizioni). Rappresenta, lo ripetiamo, la conoscenza organizzata dei mezzi politici atti a smantellare la società esistente e a sviluppare una figura egualitaria e razionale di organizzazione collettiva, la quale prende il nome di “comunismo”.» (Badiou Alain 2011 Il risveglio della storia, Adriano Salani Editore Milano 2012, 14-15)

1.1.3. «Prendiamo per esempio, per quello che riguarda il divenire del Capitale, tutte le categorie predittive di Marx e vedremo che è solo oggi che esse si sono confermate in tutta la loro evidenza. Marx non ha forse parlato di «mercato mondiale»? Ma cos’era il mercato mondiale nel 1860 in rapporto a quello che è oggi, quello che si è voluto inutilmente rinominare «globalizzazione»? Marx non aveva forse pensato il carattere ineluttabile della concentrazione del capitale? Che cos’era questa concentrazione, quali erano le dimensioni delle imprese e delle istituzioni finanziarie all’epoca di questa previsione, in rapporto ai mostri che ogni giorno nuove fusioni fanno sorgere? A Marx è stato a lungo obiettato che l’agricoltura sarebbe rimasta ferma a un regime di sfruttamento familiare, mentre lui prevedeva che la concentrazione avrebbe di sicuro vinto sulla proprietà fondiaria. Sappiamo oggi che l’effettiva percentuale della popolazione che nei paesi cosiddetti sviluppati (quelli cioè dove il capitalismo imperialista si è insediato senza trovare alcun ostacolo) vive di agricoltura, è, per così dire, insignificante. E qual è oggi l’estensione media delle proprietà fondiarie, rispetto a quello che erano al tempo in cui i contadini rappresentavano, in Francia, il 40% della popolazione totale? Marx ha analizzato in modo rigoroso il carattere inevitabile delle crisi cicliche, le quali attestano, oltre tutto, la sostanziale irrazionalità del capitalismo e il carattere necessariamente consequenziale delle sue attività imperialistiche e belliche. A provare, mentre ancora era vivo, queste analisi sono intervenute alcune gravissime crisi, e le guerre coloniali e inter-imperialistiche ne hanno completato la dimostrazione. Comunque, se guardiamo la quantità di beni andati in fumo, tutto questo non è ancora nulla in confronto alla crisi degli anni Trenta o alla crisi attuale, o in confronto alle due guerre mondiali del XX secolo, alle feroci guerre coloniali e agli «interventi» occidentali di oggi e di domani. Se consideriamo la situazione del mondo intero e non solo di una sua parte, non sarà necessario arrivare alla pauperizzazione di enormi masse di popolazione per ammetterne l’evidenza sempre più lampante.

In fondo, il mondo attuale è esattamente quello che, con una geniale opera di anticipazione, con una specie di fantascienza realistica, Marx aveva annunciato in quanto dispiegamento integrale delle virtualità irrazionali e, a dire il vero, mostruose del capitalismo. […]

Lo spettacolo di Stati messi miseramente in ginocchio perché un piccolo gruppo di anonimi e sedicenti operatori di rating ha affibbiato loro una brutta nota, come un professore di economia farebbe con dei somari, è nello stesso tempo comico e molto inquietante.» Badiou Alain 2011 Il risveglio della storia, Adriano Salani Editore Milano 2012, 17-18)

1.1.4. Alla radice, due impostazioni, apparentemente antitetiche, delle scienze sociali e in particolare della scienza economica, e il loro collegamento possibile: «a patto di intendere le relazioni tra le grandezze misurabili come funzioni di azioni guidate da massime».

«Mentre i «teorici» sostenevano che l’economia, inquadrata in un sistema di proposizioni assiomatico-deduttive, poteva ricavare delle ipotesi sulla connessione funzionale delle quantità disponibili di beni di consumo e di moneta ed esser così fondata come teoria matematica applicata all’economia, gli «storici» consideravano il processo economico come un effettivo processo vitale della società, che doveva essere interpretato descrittivamente in base alle istituzioni dell’agire economico. E mentre la teoria matematica applicata all’economia non può portare che a creazioni di modelli empiricamente privi di contenuto, così sostenevano gli storici, una economia sociale fondata sull’intendimento storico deve capire i fatti concreti. Il controargomento della scuola storica si fonda su un suggestivo legame tra due tesi. La prima afferma che l’economia ha che fare non con funzioni relative alla quantità dei beni, ma con l’interdipendenza delle azioni economiche; la seconda tesi sembra derivare da questo fatto: dal momento che un agire intenzionale può esser capito soltanto intendendo, non possono esserci teorie economiche puramente matematiche. […]

Le espressioni matematiche, che si riferiscono direttamente alle relazioni tra quantità dei beni e prezzi, rappresentano indirettamente le funzioni decisionali dei soggetti agenti. La teoria economica di cui entrano a far parte è cioè un sistema di proposizioni basato su ipotesi fondamentali relative a un agire economico razionale. Essa presume che i soggetti economici agiscano secondo massime; normalmente questo avviene sotto forma di misure atte a creare delle massime. Le teorie economiche formalizzate rendono comprensibile sistematicamente l’agire intenzionale, ma a patto di intendere le relazioni tra le grandezze misurabili come funzioni di azioni guidate da massime. La comprensibilità si riferisce alla struttura di una scelta razionale tra applicazioni di mezzi alternative, la quale avvenga in base a determinate preferenze; si riferisce dunque a un agire strategico.» (Habermas Jürgen 1967 Logica delle scienze sociali, il Mulino, Bologna 1970, 70, 71)

1.2. la ripresa e la revisione: “il capitalismo storico” (Wallerstein)

Wallerstein accumula un vastissimo bagaglio di riflessioni storiche, conoscenze teoretiche, osservazioni analitiche, indagini economiche e socio-politiche, prese di posizioni critiche nei tre volumi dell’opera Il sistema mondiale dell'economia moderna ( 3 voll. 1974, 1980, 1989, Bologna, Il Mulino, 1978; 1982; 1995) ove ricostruisce il formarsi ed espone gli aspetti strutturali della moderna economia e società capitalistica. Una sintesi densa e vivace (e graffiante) è esposta nell’opera Il capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un sistema-mondo, del 1983 (ed. Einaudi, Torino 1985).

1.2.1. il richiamo alla storicità: « Il capitalismo è prima di tutto e essenzialmente un sistema sociale storicamente determinato.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 3)

«Il compito che mi sembra urgente, e a cui ho dedicato in un certo senso l’intero mio lavoro più recente, è di vedere il capitalismo come un sistema storico, nella sua storia complessiva e nella sua concreta realtà unitaria. Mi pongo perciò lo scopo di descrivere questa realtà, e di delineare in modo esatto ciò che in essa è continuamente cambiato e ciò che non è cambiato per nulla, cosicché noi possiamo connotarla nel complesso con un nome solo.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, VII) E, in termini più generali e fondamentali, di metodo, di ricerca e di sfida: «… va sottolineato che, per gli studiosi dei sistemi-mondo, spazio e tempo — o piuttosto il composto combinato SpazioTempo — non sono realtà esterne immutabili che sono in qualche modo just there, e all’interno delle cui cornici esiste la realtà sociale. Gli SpazioTempo sono realtà costruite in continua trasformazione, la cui costruzione è parte integrante della realtà sociale che si sta analizzando. I sistemi storici all’interno dei quali viviamo sono certo sistemici, ma sono anche storici. Rimangono gli stessi nel tempo, eppure non sono mai gli stessi da un minuto all’altro. È un paradosso, ma non una contraddizione. L’abilità nel confrontarsi con questo paradosso, che non possiamo eludere, è il compito principale delle scienze sociali storiche. E non è un enigma, ma una sfida.» (Wallerstein, Comprendere il mondo, 45)

1.2.2. la precisazione in termini di definizione storica specifica: quando possiamo parlare di capitalismo storico; in altri termini: le condizioni perché ci si trovi in situazione capitalistica o i tratti che definiscono, gli elementi costituenti la situazione economica detta capitalismo. Sono definiti applicando la tecnica indicata da Marx della astrazione specifica: i concetti diventano lettori e spinte alla conoscenza e all’azione se dalla loro astrazione “salgono” al concreto (concetti determinati, astrazioni specifiche). I tratti della situazione storica detta “capitalismo storico” indicati e richiamati da Wallerstein sono, prevalentemente, i seguenti:

1.2.2.1. autoespansione: la presenza dell’«obiettivo e l’intento primario della sua autoespansione.»

e delle condizioni storiche che rendono possibile questo obiettivo, cioè “il circuito del capitale”

1.2.2.2. mercato e mercificazione: il processo di autoespansione può e deve «essere condotto per il tramite di un «mercato». Ma mercato non inteso solo in termini di domanda e offerta di merci e spazio di scambio, ma inteso come processo generale di “mercificazione”. Il capitalismo storico ha comportato perciò la «mercificazione» generalizzata di processi — non solo di scambio, ma di produzione, di distribuzione e di investimento... […] E, una volta preso l’avvio, i capitalisti, nel corso dei loro tentativi di accumulare sempre più capitale, hanno cercato di mercificare una parte sempre maggiore dei processi sociali in tutte le sfere della vita economica. Dal momento che il capitalismo è un processo autocentrato, ne deriva che nessuna transazione sociale è stata di per sé esente da un possibile coinvolgimento. Ed è perciò che noi possiamo dire che lo sviluppo storico del capitalismo ha comportato la spinta alla mercificazione di ogni cosa.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 5-6) Programmatico il titolo del primo capitolo: «La mercificazione di ogni cosa: la produzione di capitale.»: la produzione di capitale passa attraverso la mercificazione progressiva di ogni cosa.

1.2.2.3. concorrenza: «Il tasso di accumulazione per i singoli capitalisti… era funzione di un processo di «competizione» tra loro.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 6) e la serie estremamente varia di vincoli storici, economici, politici, oggettivi o derivanti da decisioni che permettono la gestione con profitto delle relazioni e dei poteri di vincolo. «Egli farà ciò, tuttavia, tenendo conto di una serie di vincoli economici che esistono, come si dice, «nel mercato ». La sua produzione totale è necessariamente limitata dalla disponibilità (relativamente immediata) di cose come le materie prime, la forza-lavoro, gli acquirenti, e l'accesso al denaro per espandere la sua base di investimento. […] Tutti questi sono vincoli oggettivi, vale a dire che esistono anche in assenza di qualunque tipo particolare di decisioni da parte dell’imprenditore dato o di altri suoi concorrenti attivi nel mercato. Questi vincoli sono la conseguenza della somma degli effetti del processo sociale complessivo, così come esso si svolge in quel concreto momento e in quel determinato luogo. Vi sono sempre, naturalmente, altri vincoli aggiuntivi, più esposti alla manipolazione. I governi possono adottare, o avere già adottato, varie regole che in qualche misura trasformano le opzioni economiche e quindi il calcolo del profitto.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 10)

In conclusione: «Quando perciò diciamo che stiamo descrivendo il capitalismo storico, stiamo descrivendo quel concreto luogo integrato di attività produttive, limitato nel tempo e nello spazio, entro il quale l’indefinita accumulazione di capitale ha costituito di fatto l'obiettivo economico o la «legge» che ha governato o ha prevalso nell’attività economica fondamentale. Si tratta di quel sistema sociale in cui quelli che hanno operato secondo queste regole hanno avuto un così grande influsso su tutto il resto, da creare le condizioni entro le quali gli altri sono stati costretti o ad adeguarsi a quei modelli, o a subirne le conseguenze.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 8)

1.2.3. Ma i termini del sistema, in quanto strumento di analisi di processi storici sempre in mutamento, devono essere in grado di avviare e sostenere un’analisi che ne ridefinisca l’effetto conoscitivo di comprensione, teoria e gestione. In questo obiettivo (e più esemplificativamente) si possono riprendere tre termini (ambiti, temi e tesi) centrali nella riflessione di Marx per mostrare come Wallerstein ne attua una ridefinizione e un conseguente rilancio, proprio mentre ne indica un mutamento di senso in atto (o registra un mutamento nella realtà storica concreta indicata da questi termini): lavoro, mercato, crisi. In forza di questa strategia, la riflessione sul capitalismo storico diventa analisi di processi contemporanei.

1.2.3.1. lavoro e proletarizzazione. Marx ha già illustrati la natura specifica che il lavoro assume in contesto capitalistico: sul mercato è forza-lavoro (salariato) che esplica lavoro (e pluslavoro, quindi plusvalore) in termini di lavoro dipendente, tendenzialmente in termini di durata (lavoro quantitativo o astratto, ma concreto nella sua astrattezza storica); il termine è “proletariato”. «Nel cercare l’accumulazione, l’imprenditore ha avuto due differenti preoccupazioni a proposito della forza-lavoro: la sua disponibilità e il suo costo. […] Si definisce questo processo come la costituzione di un mercato del lavoro, e le persone che vendono il proprio lavoro come proletari … vi è stata una crescente proletarizzazione della forza-lavoro.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 11,12)

Ma, osserva Wallerstein: «I vantaggi per gli imprenditori del processo di proletarizzazione sono stati ampiamente documentati. Ciò che è sorprendente non è che ci sia stata tanta proletarizzazione, ma che ce ne sia stata così poca. Dopo quattrocento anni almeno, da che esiste questo sistema storico-sociale, la quota di lavoro pienamente proletarizzato nell’economia-mondo del capitalismo non si può dire abbia toccato neanche il 50 per cento.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 12-13) E decolla la riflessione sul modo con cui viene gestita la forza lavoro perché il capitale possa disporre del numero, del basso costo, di ampliare la proletarizzazione in nuovi settori, ma anche di processi di esclusione che non impediscano il contemporaneo utilizzo della manodopera. In sostanza il massimo profitto non può mai associarsi alla massima occupazione ed è bene che sia così; la strategia di gestione della forza-lavoro dà vita ad un processo altalenante, per lo meno ambiguo, certo denso di “alienazione” (alla Marx).

1.2.3.1.1. Una prima modalità e strategia. Il sistema conta sull’appoggio e sulla produttività non riconosciuta delle relazioni sociali, soprattutto di quelle presente nell’ambito famigliare; sistema che garantisce un utilizzo della forza-lavoro dipendente nei tempi e nei modi utili al profitto industriale capitalistico, altrimenti impossibile senza la collocazione integrata del lavoratore nell’ambito domestico famigliare. «Sotto il capitalismo storico, esattamente allo stesso modo che sotto i precedenti sistemi storici, gli individui hanno avuto la tendenza a vivere le loro vite entro la cornice di strutture relativamente stabili che distribuiscono un fondo comune di entrate correnti e di capitale accumulato, e che noi possiamo chiamare aggregati domestici (households). Il fatto che i confini di questi aggregati domestici siano in costante evoluzione, per l'ingresso e l’uscita degli individui, non toglie nulla al fatto che questi aggregati costituiscano l’unità di calcolo razionale in termini di remunerazione e di spesa.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 13) «…le forze-lavoro mondiali. Esse hanno capito, spesso meglio dei loro sedicenti portavoci intellettuali, quanto maggiore sia lo sfruttamento negli aggregati domestici semiproletari che non in quelli interamente proletarizzati.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 26) «Il sistema capitalistico non si fonda solo sull’antinomia capitale-lavoro, che è permanente e fondamentale, ma su una complessa gerarchia all’interno dell’elemento lavoro, la quale consente che, benché tutta la forza lavoro sia sfruttata perché crea plusvalore trasferito ad altri, alcuni lavoratori “perdano” rispetto ad altri una porzione maggiore del plusvalore creato. L’istituzione chiave che permette ciò è l’aggregato domestico, nel quale i lavoratori sono salariati solo in parte e per parte della loro vita.» Wallerstein, Immanuel, Alla scoperta del sistema mondo, saggio: 1968, rivoluzione del sistema mondo, manifestolibri, Roma 2003)

1.2.3.1.2. Una seconda modalità e strategia. Il profitto è anche tendenza alla proletarizzazione della forza-lavoro in ambiti nuovi finora estranei all’economia di profitto, tradizionalmente consegnati alla iniziativa individuale o famigliare (ad es. settori dell’abbigliamento, della cucina, della assistenza, dei viaggi); in questi ambiti “scarsi” dal punto di vista della mercificazione (della produzione di merci o della sostituzione del prodotto, manufatto, con la marca) e con nuove invenzioni tecnologiche per tutte le operazioni possibili, si possono guadagnare alla produzione industriale (e alla mercificazione di prodotto e lavoro) ambiti sempre nuovi, estendendo la proletarizzazione. «… in parte credendo che i cambiamenti strutturali nei rapporti di produzione li avrebbero avvantaggiati contro altri proprietari-imprenditori concorrenti, hanno unito le forze, sia sul terreno produttivo che su quello politico, per spingere verso una ulteriore proletarizzazione di un segmento limitato della forza lavoro, in questo o quel luogo. È questo processo che ci fornisce il maggior indizio per capire perché abbia potuto verificarsi una qualche crescita della proletarizzazione, dato che, sul lungo periodo, la proletarizzazione ha ridotto i livelli di profitto nell’economia-mondo capitalistica.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 26)

1.2.3.2. mercato e integrazione, polarizzazione. « … dobbiamo tornare al problema delle reti di merci nelle quali le molteplici, specifiche attività produttive sono situate.»

1.2.3.2.1. Un primo aspetto. «Dobbiamo liberarci dall’immagine semplicistica per cui il «mercato» è luogo dove si incontrano il produttore iniziale e il consumatore finale. Senza dubbio vi sono e vi sono sempre stati simili luoghi di mercato. Ma nel capitalismo storico simile transazione nel luogo di mercato ha costituito una percentuale trascurabile dell’insieme. La maggior parte delle transazioni hanno comportato lo scambio tra due imprenditori intermedi situati su una lunga catena di merci. L’acquirente comprava un «input» per il suo processo di produzione. Il venditore vendeva un «prodotto semifinito», cioè non compiuto dal punto di vista del suo uso finale nel consumo diretto individuale. La lotta sul prezzo, in questi «mercati intermedi», era costituita dal tentativo, da parte del compratore, di strappare al venditore in questa transazione una porzione del profitto realizzato da tutti i precedenti processi di lavoro realizzati, lungo tutta la catena di merci.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 18-19) Il grande tema delle relazioni commerciali nel sistema-mondo e delle lunghe filiere, sede di strani profitti non diretti a incentivare la produzione, né a migliorarne la qualità e a renderne equa la destinazione sociale.

1.2.3.2.2. Un secondo aspetto: la formazione (indicata come tratto delle seconda rivoluzione industriale a partire dalla fine dell’Ottocento) di monopoli orizzontali (cartelli) e monopoli verticali (trust). Il mercato qui cambia volto e natura e non si può più genericamente chiamare mercato, in senso neutro, come fosse il luogo in cui incontrandosi domanda e offerta si regolano reciprocamente arrivando a definire il “giusto prezzo” di mercato. In questi ambiti «… il prezzo poteva essere arbitrariamente manipolato in vista di considerazioni fiscali o di altro tipo; ma in nessun modo questo prezzo rappresentava l’interazione di offerta e domanda.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 19)

1.2.3.2.3. Un terzo aspetto è data dalla «Polarizzazione e scambio ineguale» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 20). Un doppio parallelo processo: il diffondersi del sistema capitalistico a livello mondiale senza l’attenuazione di monopoli centrali (la dinamica centro-periferia); il progressivo accentuarsi delle differenze negli scambi commerciali (“scambio ineguale”) e di quelle sociali (in termini di accesso ai beni naturali o merci) con il diffondersi dell’economia industriale capitalistica. Prima direzione, dalla periferia al centro: «Ora, le catene di merci non hanno scelto casualmente le loro direzioni geografiche. Se fossero tutte cartografate, potremmo notare che esse hanno assunto una forma centripeta. I loro punti di origine sono stati molteplici, ma i punti di arrivo hanno teso a convergere in poche aree. Come dire, nel nostro linguaggio abituale, che hanno espresso la tendenza a muoversi dalle periferie dell’economia-mondo capitalistica verso i centri.[…] …il suo spazio geografico [del capitalismo storico] si è costantemente espanso nel tempo.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 19-20,27) Seconda direzione, dal centro alla periferia: «… una diffusa divisione sociale del lavoro che, nel corso dello sviluppo del capitalismo storico, è diventata sempre più funzionalmente e geograficamente estesa, e contemporaneamente sempre più gerarchica. La gerarchizzazione dello spazio nella struttura dei processi produttivi ha portato a una sempre maggiore polarizzazione tra le zone centrali e le zone periferiche dell’economia-mondo, non solo per ciò che concerne i criteri distributivi (livelli dei redditi reali, qualità della vita) ma anche, in modo persino più significativo, per ciò che riguarda i luoghi dell’accumulazione di capitale.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 20)

Con una avvertenza: « Centro-periferia è un concetto relazionale. Ciò che si intende per centro-periferia è il livello di remuneratività dei processi di produzione.» (Wallerstein, Comprendere il mondo, 53) «Vi è dunque una conseguenza geografica della relazione centro-periferia. I processi centrali tendono a concentrarsi in pochi stati e a costituire la gran parte dell’attività di produzione in tali stati. I processi periferici tendono a disperdersi tra un grande numero di stati e a costituire la gran parte delle attività di produzione in questi stati. Dunque, per esigenze di brevità possiamo parlare di stati centrali e stati periferici, purché si tenga presente che si sta in realtà parlando di una relazione tra processi di produzione. Alcuni stati hanno una combinazione relativamente bilanciata di prodotti centrali e periferici. Possiamo definirli stati semiperiferici. Essi hanno, come vedremo, particolari caratteristiche politiche. Non ha tuttavia senso parlare di processi produttivi semiperiferici.» (Wallerstein, Comprendere il mondo, 54)

1.2.3.2.4. La distinzione centro-periferia è funzionale al sistema-mondo e per esercitarsi si accompagna a due specificazioni collaterali e conseguenti: [1] l’antinomia tra universalismo e anti-universalismo; [2] la prassi e la teorizzazione dell’ “scambio ineguale”.

[1] Per universalismo Wallerstein intende il principio della garanzia e difesa di diritti universali senza discriminazioni; per razzismo e sessismo intende le discriminazioni sociali sulla base del sesso e della appartenenza etnica o a gerarchie sociali e status sociale (con l’artificiosità delle etnie e delle gerarchie, fatte ad hoc); processi che appaiono contraddittori ma si caratterizzano per una compresenza funzionale, in ambiti diversi. Sul tema sessismo e razzismo: «… il sessismo, il razzismo e le altre norme anti-universalistiche assolvono a compiti ugualmente importanti nella distribuzione del lavoro, del potere e del privilegio all’interno del sistema-mondo moderno. Sembrano implicare esclusioni dalla sfera sociale. Di fatto, sono vere e proprie modalità di inclusione, ma di inclusione in posizioni inferiori. Queste norme esistono per giustificare le posizioni più basse della gerarchia, per imporle, e, in modo perverso, anche per renderle gradite a chi le occupa. Le norme anti-universalistiche vengono presentate come codificazioni di verità naturali, eterne, non soggette a cambiamenti sociali. […] Il risultato è che il sistema-mondo moderno ha fatto della simultanea esistenza, diffusione e pratica di universalismo e anti-universalismo una caratteristica essenziale e centrale della sua struttura. Questo binomio antinomico è, per il sistema, altrettanto fondamentale della divisione assiale del lavoro centro-periferia.» (Wallerstein, Comprendere il mondo, 70,71)

[2] Un’altra fondamentale conseguenza è indicata nella formula “scambio ineguale”. «Entro il sistema capitalistico, tuttavia, tutte le differenze esistenti (fossero dovute a ragioni ambientali o storiche) sono state accentuate, rafforzate e solidificate. L’elemento cruciale di questo processo è stato l’intromissione della forza nella determinazione del prezzo. Certo, è un fatto che l’uso della forza da parte di uno dei soggetti di una transazione di mercato per aumentare il prezzo non fosse un’invenzione del capitalismo. Lo scambio ineguale è una vecchia pratica. Ciò che è da notare, a proposito del capitalismo come sistema storico, è il modo in cui questo scambio ineguale poté essere nascosto; nascosto in verità così bene, che gli stessi oppositori espliciti del sistema hanno cominciato a rilevarne sistematicamente l’esistenza solo dopo cinquecento anni dalla sua entrata in vigore.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 20)

Si tratta di uno “scambio ineguale” in cui l’ineguaglianza non risulta evidente in quanto debitamente occultata attraverso una ufficiale e giuridica distinzione di ruoli e di competenze tra Stato e mercati; quello scambio ineguale rientra così nel campo dello scambio normale, storicamente giusto e genericamente “di mercato”. La strategia adottata per questo occultamento dell’impiego della forza nella determinazione del prezzo (e dello scambio ineguale) deriva dalla divisione di competenze tra economia e politica: all’economia il mercato e lo scambio, alla politica la forza militare e la sicurezza; divisione di compiti che convince nelle opinioni perché accompagnata da professioni ufficiali di pieno liberismo e “laicità” economica: lo Stato non fa economia, crea le condizioni per il libero commercio e la libera iniziativa; l’apparente scambio mercantile, in teoria paritetico, nasconde quindi la presenza di uno scambio ineguale imposto con la forza, esterna (e anche interna: da parte di compiacenti e serventi governi locali e giurisdizione ad hoc). « È possibile così riconoscere senza difficoltà molti meccanismi che storicamente hanno accresciuto la disparità. […] Questa, appunto, è la relazione tra centro e periferia. Per estensione, possiamo perciò definire la zona che ci perde una «periferia» e quella che ci guadagna un «centro».» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 21)

1.2.3.3. crisi e “instabilità proficua” Considerato il numero delle variabili che concorrono a definire il processo economico capitalistico e la sua destinazione “solitaria” all’obiettivo del massimo profitto, «…in queste circostanze, è evidente che nessun fattore specifico che collegasse i processi produttivi poteva essere stabile. Tutto al contrario, sarebbe stato sempre nell’interesse di un gran numero degli imprenditori…» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 23)

Una precisazione necessaria (e indicazione d’uso): «Molto spesso, il termine crisi viene utilizzato in modo impreciso, semplicemente ad indicare un periodo di difficoltà nella vita di un sistema. Ma tutte le volte che la difficoltà può essere in qualche modo risolta, non si tratta allora di una vera crisi ma semplicemente di una difficoltà sorta nel sistema. Le vere crisi sono quelle difficoltà che non possono essere risolte nel quadro del sistema, ma possono invece essere superate solo uscendo dal sistema storico di cui le difficoltà sono parte, e andando oltre tale sistema. Per usare il linguaggio tecnico della scienza naturale, ciò che accade è che il sistema biforca, trova cioè che le sue equazioni di base possono essere risolte in due modi ben diversi. Tradotto nel linguaggio corrente, il sistema è di fronte a due soluzioni alternative alla sua crisi, entrambe intrinsecamente possibili. Di fatto, i membri del sistema sono collettivamente chiamati a compiere una scelta storica su quale dei percorsi alternativi seguire, ossia quale tipo di nuovo sistema sarà costruito. Dal momento che il sistema esistente non può più funzionare adeguatamente all’interno dei parametri stabiliti, scegliere come uscirne, e scegliere il sistema futuro (o i sistemi futuri) da costruire, è inevitabile. Ma prevedere quale sarà la scelta della collettività dei partecipanti è intrinsecamente impossibile.» (Wallerstein, Comprendere il mondo, 117-118)

1.2.3.3.1. Non si tratta di fluttuazioni accidentali ma intrinseche: «… il risultato, ancora una volta alla luce della osservazione empirica, è sembrato essere un ciclo alterno di espansione e stagnazione del sistema nel suo complesso. Questi cicli hanno comportato fluttuazioni di tale significato e regolarità che è difficile credere che non fossero intrinseche al funzionamento del sistema. Esse somigliano, se è consentito il paragone, al sistema respiratorio dell’organismo capitalistico, che inspira l’ossigeno purificatore ed espira i rifiuti velenosi. Le analogie sono sempre un po’ pericolose, ma questa sembra particolarmente calzante. I rifiuti accumulati erano le inefficienze economiche, che in modo ricorrente si trasformavano in sedimenti politici, attraverso il processo di scambio ineguale sopra descritto. L’ossigeno purificatore era una più efficiente allocazione di risorse (più efficiente nel senso di permettere ulteriore accumulazione di capitale), che una sistematica ristrutturazione delle catene di merci rendeva possibile. Ciò che sembra sia successo ogni cinquant’anni è che, a causa degli sforzi di una quantità crescente di imprenditori per accaparrarsi i nessi più remunerativi delle catene di merci, si sono verificate sproporzioni di investimento tali da farci parlare, in modo un po’ fuorviante, di sovrapproduzione. La sola soluzione a queste sproporzioni è stata una caduta del sistema produttivo tale da consentire una ulteriore distribuzione.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 24)

1.2.3.3.2. Gli effetti di sviluppo in termini, apparentemente antitetici, di concentrazione (polarizzazione, in termini di controllo e profitto) e estensione (espansione, redistribuzione, trasloco): «…le conseguenze sono state assai vaste. Si è verificata una concentrazione di volta in volta maggiore delle operazioni in determinati legami della catena di merci, che sono divenuti così sempre più intasati. Ciò ha comportato l'eliminazione da un lato di alcuni imprenditori e dall’altro di alcuni lavoratori … […] Il motivo di maggiore interesse in una simile redistribuzione geografica è consistito nella possibilità di spostarsi verso un’area a più basso costo del lavoro…» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 24,25)

1.2.3.3.3. Rivedere il termine “sovrapproduzione”, è un lettore semplificato delle situazioni di crisi e della loro ciclicità endemica, ne nasconde la complessità, ha il pregio di segnalare uno scompenso irrisolto e attivo nella relazione tra produzione, mercato e consumo: «Il termine «sovraproduzione», per quanto fuorviante, richiama l’attenzione sul fatto che, il dilemma immediato è sempre consistito nell’assenza di una sufficiente domanda mondiale effettiva per alcuni prodotti chiave del sistema.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 26)

1.2.4. un bilancio (provvisorio) del capitalismo storico formulato in critica al ricorrente uso di concetti (anche marxiani) quali: sviluppo, progresso. «Abbiamo dedicato molto tempo a descrivere come il capitalismo storico abbia agito nel campo strettamente economico. Ma ora siamo finalmente in grado di spiegare perché il capitalismo è emerso come sistema sociale storicamente determinato. Non è un problema facile come in genere si pensa. Innanzitutto, lungi dall’essere un sistema «naturale» come certi apologeti hanno cercato di sostenere, il capitalismo storico è un sistema palesemente assurdo: si accumula capitale per accumulare maggiore capitale. I capitalisti sono come dei topolini su una ruota dentata, che corrono sempre più veloce, per poter correre ancora di più. All’interno di questo processo, senza dubbio, alcuni vivono bene, ma altri vivono in condizioni assai misere; e anche quelli che vivono bene, pagano un prezzo elevato, nel senso che è sempre minore la quota di vita durante la quale possono godere dei frutti che hanno acquisito la possibilità finanziaria di ottenere.

Più ho riflettuto su questa cosa, più mi è sembrata assurda. Non solo credo che la grande maggioranza dei popoli del mondo stia oggettivamente e soggettivamente peggio, dal punto di vista materiale, rispetto ai precedenti sistemi storici, ma — come vedremo — penso che si possa dimostrare che anche dal punto di vista politico essi stiano peggio che nelle fasi precedenti. Siamo tutti così intrisi dall’ideologia autogiustificatrice del progresso, creata da questo sistema storico, che troviamo difficile persino riconoscere i grandi caratteri storici negativi del sistema. Persino un accusatore risoluto del capitalismo storico, come Karl Marx, ha posto un forte accento sulla sua funzione storica progressiva. Io non credo per nulla a questo carattere, a meno che «progressivo» voglia semplicemente dire ciò che storicamente viene dopo, e le cui origini possano essere spiegate da qualcosa che è venuta prima. Il bilancio del capitalismo storico, su cui ritornerò, è forse complesso, ma un primo calcolo in termini di distribuzione materiale dei beni e di allocazione delle energie è, secondo me, davvero molto negativo.» (Wallerstein 1983, Il capitalismo storico, 29-30)

2. Il processo di accumulazione i soggetti politici e sociali attivi.




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