Wallerstein



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Karl Marx (1818 – 1883)

1. Una sociologia della deprivazione e le forme dell’alienazione

2. Le forme e la logica di produzione dell’economia industriale capitalistica

3. La natura, il destino e il progetto della politica


«Agitatore, rivoluzionario, profeta inflessibile della lotta di classe. Così è rimasto nella memoria del mondo. Invece no: fu soprattutto teorico e scienziato, politologo e pensatore critico sempre curioso, attentissimo persino alle scienze naturali e alle nuove tecnologie. Credeva nella democrazia e nella libertà di parola molto più di quanto non si pensi, le riteneva irrinunciabili. E la crisi odierna del capitalismo attuale lui l'aveva a suo modo prevista, molto più di come ce lo tramandarono le dittature totalitarie realsocialiste. Riemerge dal passato come un moderno newlabourista, un progressista tedesco o un liberal americano dai suoi scritti di migliaia di pagine ingiallite ma spolverate con cura in un bel palazzo neoclassico qui a Berlino, al numero 22/ 23 della Jaegerstrasse.» (Tarquini Andrea, Karl Marx: “Tutto quello che so è che non sono marxista”, la Repubblica 08.01.2012) (La frase “Tutto quello che so è che non sono marxista” è riportata da Engels (lettera a Conrad Schmidt, 5 agosto 1890) che cita le parole di Marx di cui era personalmente testimone) Quest’ultima è l’immagine che Marx dà di sé dalla lettura delle opere ed è ciò che sempre più viene confermato dal lavoro che cura la catalogazione e la pubblicazione completa delle opere di Marx (114 tomi, previsti per 2020).

Le opere di Marx forniscono infatti un insieme (non necessariamente organico) di strumenti per l’indagine storica e sociale e per la costruzione di progetti a destinazione politica. Nessuna teoria politica specifica e articolata prende forma nelle opere di Marx se non nei modi della prospettiva generale (e generica), delle indicazioni di metodo, degli strumenti per avvertire incoerenze o contraddizioni distruttive (e autodistruttive) che possono ricorrere nelle eventuali teorie economiche, filosofiche e politiche che in passato sono state prodotte o in futuro lo possono essere; se compaiono tratti di teoria ad essi Marx attribuisce una validità meramente storica e quindi contingente e non i tratti di un modello trascendente come accade ad una ideologia. Ad impedire il prender forma, in Marx, di un modello di società futura, quale viene poi teorizzato dalla tradizione che si dichiara “marxista”, sono gli strumenti stessi presentati e la coerenza con la logica che essi impongono. Alla radice di queste strumentazioni vi è infatti una costante: l’attenzione all’uomo nella concretezza della materialità economica e culturale del suo vivere storico (posta da Feuerbach al centro della “filosofia dell’avvenire”) e la consapevolezza che ogni ideologia, come accade nel sistema e nella filosofia di Hegel e degli hegeliani, comporta la riduzione dell’uomo a strumento e quindi la sua alienazione che Marx denuncia con diagnosi analitica e critica.

Il punto della situazione in un recente bilancio storico e storiografico (e il ricorso al senso ampio del termine “liberale”): Manacorda Mario Alighiero 2012 Quel vecchio liberale del comunista Karl Marx, Aliberti editore, Roma. «Liberal-comunismo sembra una contradictio in adiecto, sostantivo e aggettivo fanno a pugni tra loro: ma solo perché si è praticata e si pratica ancora la consueta identificazione tra le idee affermate prima e le azioni venute dopo: Marx, marxismo, socialismo, comunismo, Unione Sovietica, stalinismo, un post hoc, ergo propter hoc, dal quale Marx deve essere liberato per essere letto per se stesso.» (p. 8) «… per dire che Marx rappresenta un momento della coscienza critica del grande svolgimento del pensiero scientifico e liberale moderno, cresciuto nell’ultimo mezzo millennio e oltre» (p. 6) «…ora è di nuovo ricomparso in studi recenti di seri studiosi italiani e stranieri, come parte della storia, e lo si può finalmente considerare con mente scevra da pregiudizi e da intenzioni politiche immediate.» (p. 10)
1. Una sociologia della deprivazione e le forme dell’alienazione

Il tema è: quando il doppio segnala e sorregge una alienazione, una opposizione che produce estraneazione. Un soggetto che nel suo agire e porsi, nel suo oggettivarsi allo scopo di realizzare se stesso nella concretezza storica, crea una realtà e un processo in cui si attua la sua stessa progressiva negazione, perché l’oggetto prodotto vive di vita propria e diventa soggetto di una nuova storia che procede autonomamente e domina. Si apre un nuovo capitolo nella storia umana di subordinazione e di autosubordinazione. Il tema della alienazione domina come area e strumento di indagine l’intera riflessione di Marx sulla società sulla economia e sulla storia dell’età contemporanea, dai primi interessi giovanili, tra filosofia e cronaca (pubblicati su periodici tedeschi), alla costruzione di una teoria che ha come oggetto il mondo economico della produzione capitalistica e la struttura delle relazioni sociali e della storia che quel mondo avvia, cioè la logica dell’età contemporanea (del sistema economico capitalistico di fine ‘800). Alienazione è uno strumento di analisi e costruzione fornito da Hegel e dalla logica dialettica della sua visione della logica, della realtà e della storia. Il farsi altro da sé per compiersi nella concretezza di un processo senza fine ma razionale, sistematico e totale; l’autonegazione per acquisire determinatezza, finitudine e limite, ed entrare così in concreta relazione con l’altro, con quel negativo che costituisce la propria trascendente alterità. Si tratta, per Marx, di togliere quello strumento, l’alienazione, dalla sua sede ideale (la costruzione logica di un sistema assoluto della filosofia) e vederlo agire, per consapevolezza e azione, nel campo del vivere reale della storia degli uomini.


1.1. dal legnatico ai furti di legna: come le norma crea la proprietà privata dei beni comuni escludendone l’uso.

Karl Marx, Dibattiti sulla legge contro i furti di legna, articoli pubblicati sulla Gazzetta Renana dal 25 ottobre 1842, n. 298 suppl., al 3 novembre 1843 n. 307 suppl.; in Marx Karl, Scritti politici giovanili, Einaudi, Torino 1950.

«Il popolo vede la punizione, ma non scorge il delitto, e poiché vede la punizione dove non esiste il delitto, ben presto finirà per non vedere più delitto dove è punizione. Con l’applicare la qualifica di furto dove non va applicata, siete riusciti a invalidarla anche nei casi in cui andrebbe applicata. E non si nega da sé questo brutale punto di vista, che in azioni diverse tiene conto soltanto di una caratteristica comune e astrae dalle differenze? Se qualunque offesa alla proprietà, senza distinzione, senza specificazioni, è furto, non sarebbe da dirsi furto ogni proprietà privata? Colla mia privata proprietà non escludo io tutti gli altri da questa proprietà? Non ledo in tal modo il loro diritto di proprietà?» (25 ottobre 1842, Marx, Scritti politici giovanili,182)

«Del pari nel feudalesimo, una razza divora l’altra, fino a quella che, simile ad un polipo, abbarbicata alla gleba, possiede solo le molte braccia per produrre i frutti della terra alle razze superiori, mentre per sé campa di polvere; poiché, mentre nel regno naturale i fuchi vengono uccisi dalle api operaie, nel regno dello spirito sono le api operaie a essere uccisa dai fuchi e proprio tramite il lavoro. Quando i privilegiati del diritto scritto si appellano al proprio diritto consuetudinario, essi vogliono imporre, in luogo del contenuto umano, la configurazione bestiale del diritto, che ormai è diventata in realtà una mera maschera animalesca. […] Ma mentre questi diritti consuetudinari della nobiltà sono consuetudini contro il concetto del diritto razionale, i diritti consuetudinari della plebe sono diritti contro la consuetudine del diritto positivo. Il loro contenuto non si oppone alla forma della legge, ma piuttosto alla sua mancanza di forma.» (27 ottobre 1842, Marx, Scritti politici giovanili,186)

«L’unilateralità di queste legislazioni era inevitabile, in quanto tutti i diritti consuetudinari della povera gente si basavano sul fatto che una certa proprietà possedeva un carattere equivoco, che non la definiva propriamente per proprietà privata e nemmeno come proprietà comune, una mistione di diritto privato e pubblico… E l’intelletto legislatore credette tanto più di essere giustificato nel sopprimere le obbligazioni di questa equivoca proprietà nei riguardi della classe più povera, in quanto sopprimeva altresì i propri privilegi statali. … astraendo poi dal fatto che nessuna legislazione ha mai abolito i privilegi del diritto pubblico sulla proprietà, ma li ha solo spogliati del loro carattere capricciosamente vario per sostituirvi una uniformità borghese.» (27 ottobre 1842, Marx , Scritti politici giovanili,189)

«Quando lo Stato, anche in un sol punto, si abbassa a tanto da agire, anziché nel modo che gli è proprio, nel modo della proprietà privata, ne segue immediatamente che deve adattare la forma dei propri mezzi ai limiti della proprietà privata. L’interesse privato è abbastanza furbo per tirarne questa conseguenza: di porsi nella sua forma più ristretta e meschina a limite e regola dell’azione statale.» (30 ottobre 1842, Marx , Scritti politici giovanili,198)

«La legna possiede la meravigliosa qualità, non appena viene rubata, di procacciare al suo proprietario la qualità di Stato, ch’egli prima non possedeva… Se gli viene dato in cambio lo Stato, il che avviene effettivamente quando egli ottiene contro il ladro oltre il diritto privato anche il diritto pubblico, bisogna che sia stato derubato dello Stato, bisogna che lo Stato fosse una sua proprietà privata. Il ladro di legna portava dunque, novello Cristoforo, lo Stato stesso sulle proprie spalle, dentro i ceppi rubati.» (1 novembre 1842, Marx , Scritti politici giovanili, 213).

1.1.1. Il lavoro a cui l’uomo si affida per la propria sopravvivenza è il processo della sua uccisione; così accade nel regno dell’uomo: «nel regno dello spirito sono le api operaie a essere uccise dai fuchi e proprio tramite il lavoro». Il risultato del lavoro e l’appropriazione di un bene comune (la legna) destinato alla sopravvivenza, quando viene definito dalla legge come furto, crea il principio di una proprietà privata preliminare o presupposta (nel caso la proprietà feudale, consuetudinaria, di “protezione demaniale”) del bene comune e attua una espropriazione: quell’appropriazione è espropriazione; l’appropriazione consuetudinaria, fisica e destinata all’uso attuata dal contadino crea un’espropriazione giuridica e di fatto quando è definita furto dal diritto dello Stato, e crea un’appropriazione a vantaggio dei feudatari; ma qui si verifica una ulteriore trasformazione: la generica proprietà di condivisione comune rivendicata dai feudatari per (presunti) compiti di protezione e su legami di vassallaggio e condivisa nell’usufrutto dai contadini viene trasformata nel diritto di proprietà privata coniato dalla borghesia, in età moderna, nello stile delle privatizzazioni (come nelle enclosures dell’Inghilterra a partire dal XVI sec., destinate a rivelarsi un aspetto importante della “accumulazione originaria” che contribuisce all’avvio delle rivoluzione industriale) di stampo e forma giuridica borghese.

E ancora, nel processo di privatizzazione dei beni comuni nella forma della proprietà privata accadono contestualmente due altri processi: lo Stato sorge contestualmente alla privatizzazione e mercificazione dei beni comuni, la proprietà privata viene definita un diritto naturale. Qui il processo è giuridicamente anomalo: è lo Stato che fa sorgere la proprietà come un diritto naturale, riconoscendola come tale, ma contemporaneamente la dichiara sottratta, come diritto naturale, alla sfera di propria competenza positiva; con il riconoscimento della proprietà privata come diritto naturale riconosce il proprio vincolo alla sua salvaguardia.

Un’avvertenza utile: « Tendiamo così a dimenticare che buona parte di ciò a cui oggi accediamo a pagamento, fino a ieri era un bene culturale fruibile gratuitamente.» (Rifkin Jeremy 2000 L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, A. Mondadori 2000, 320)

1.1.2. Sulle spalle del contadini quella legna è destinata ad acquistare pesantezza con un incremento insopportabile e mortale. Il contadino porta sulle proprie spalle “dentro i ceppi rubati” (dentro i ceppi che la legge trasforma in ceppi “rubati”) un processo storico rivoluzionario e una nuova era. Quei ceppi da realtà fisica, legna da ardere o altro, diventano una realtà giuridica, non solo come corpo del reato, ma come vero e proprio atto di nascita del diritto alla proprietà privata, alla proprietà privata di tipo feudale ora in stile borghese, e come atto di nascita dell’arrendersi subordinato dello Stato al principio della proprietà privata feudale, cioè determinano la nascita giuridica di una società feudale. In quei ceppi dunque, dichiarati furto, si realizzano una nascita e una doppia morte: la nascita della consuetudine nobiliare alla proprietà privata feudale (borghese), la morte del contadino, ora ladro ed espropriato, la morte dello Stato, ora servo e feudale.

1.1.3. Lo Stato nasce sulle spalle dei contadini (torna la dialettica “servo – padrone” esposta da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito) «Attraverso l’emancipazione della proprietà privata dalla comunità, lo Stato è pervenuto a un’esistenza particolare, accanto e al di fuori della società civile; ma esso non è altro che la forma di organizzazione che i borghesi si danno per necessità, tanto verso l’esterno che verso l’interno, al fine di garantire reciprocamente la loro proprietà e i loro interessi.» (Marx Karl 1845-46 L’Ideologia tedesca, Editori riuniti, Roma 1971, 67)

1.1.3.1. Sul tema degli effetti politici e giuridici che derivano dai furti di legna e coinvolgono il mondo feudale all’incontro con il mondo borghese, sembra utile l’osservazione (più generale) di Jürgen Habermas: «La separazione del potere esecutivo dal potere legislativo diede alla borghesia il diritto di farsi da sé le leggi destinate a inquadrare anche il proprietario fondiario nell’ordinamento della proprietà e nello status delle libertà borghesi. La separazione del potere giudiziario dal potere esecutivo rende in definitiva il giudice indipendente dagli ordini di ufficio e garantisce una condizione su cui la società borghese ripone tutte le sue speranze: la efficacia e inviolabilità di un sistema di norme giuridiche generali scelte secondo la volontà della borghesia stessa.» (Habermas Jürgen 1973 Cultura e società, Riflessioni sul concetto di partecipazione politica, Einaudi, Torino 1980, 10)

1.1.4. In bilancio storico il definirsi, nell’età moderna, di tre forme di proprietà. Non esiste dunque un unico concetto (né giuridico, né sociale, né etico culturale) di proprietà privata, il concetto è plurimo e spesso le diverse accezioni non si separano nettamente. Una ipotesi di distinzione.

In un’ipotetica storia della proprietà si riscontrano tre categorie di beni: 1. la proprietà privata creata dall’età moderna, la proprietà borghese, « prima caratteristica dell’età moderna è il diritto di escludere gli altri.» Di riscontro e per opposizione si definisce un altro tipo di proprietà: 2. La proprietà pubblica «… il diritto di non essere escluso dall’uso e dal godimento di qualcosa.» La questione affrontata da Marx intorno ai furti di legna impone di ripristinare (almeno nel ricordo storico) un terzo tipo di proprietà che è andata completamente persa nell’età moderna: 3. la proprietà collettiva… «il diritto individuale di non essere escluso dall’uso e dal godimento delle risorse produttive accumulate dalla società nel suo complesso (Crawford MacPherson)»; una forma di «proprietà in vigore prima dell’avvento del capitalismo industriale».

1.1.4.1. Quest’ultima è una forma di proprietà che va ripristinata per comprendere gli equilibri economici e sociali in atto oggi ed è nei fatti (e nel diritto) già operante oggi, nell’era che Rifkin chiama dell’accesso; può valere come esempio il World Wide Web , la rete conserva i diritti di proprietà, non determina l’esclusione ma l’inclusione, è oggi ritenuto il luogo della massima libertà. (Le citazioni sono tratte da Rifkin Jeremy 2000 L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, A. Mondadori 2000, in ordine dalle pp. 315, 316)



1.2. la religione: alienazione celeste e alienazione mondana

Il doppio religioso (celeste) e il doppio mondano. Karl Marx 1945 Tesi su Feuerbach.

«IV. Feuerbach prende le mosse dal fatto che la religione rende l’uomo estraneo a se stesso e sdoppia il mondo in un mondo religioso immaginario, e in un mondo reale. Il suo lavoro consiste nel dissolvere il mondo religioso nella sua base mondana. Egli non si accorge che, compiuto questo lavoro, la cosa principale rimane ancora da fare. Il fatto stesso che la base mondana si distacca da se stessa e si stabilisce nelle nuvole come regno indipendente non si può spiegare se non colla dissociazione interna e colla contraddizione di questa base mondana con se stessa. Questa deve pertanto essere compresa prima di tutto nella sua contraddizione e poi, attraverso la rimozione della contraddizione, rivoluzionata praticamente. Così, per esempio, dopo che si è scoperto che la famiglia terrena è il segreto della sacra famiglia, è la prima che deve essere criticata teoricamente e sovvertita nella pratica.

VI. Feuerbach risolve l’essere religioso nell'essere umano. Ma l’essere umano non è una astrazione immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà, esso è l’insieme dei rapporti sociali. Feuerbach, che non s’addentra nella critica di questo essere reale, è perciò costretto: a fare astrazione dal corso della storia, a fissare il sentimento religioso per sé e a presupporre un individuo umano astratto, isolato; per lui perciò l’essere umano può essere concepito solo come “specie”, come generalità interna, muta, che unisce in modo puramente naturale la molteplicità degli individui.

VII. Perciò Feuerbach non vede che il “sentimento religioso” è anch’esso un prodotto sociale e che l’individuo astratto, che egli realizza, in realtà appartiene a una determinata forma sociale.»

1.2.01. Stese a Bruxelles nella primavera del 1845, le undici Tesi su Feuerbach indicano, con chiarezza essenziale, il progetto complessivo dell’impegno filosofico di Marx e il metodo analitico da cui sono sorretti i suoi scritti. Esse si concentrano attorno a tre temi:

a. la corretta definizione del metodo materialistico;

b. l'individuazione delle radici storiche materiali dell’alienazione sociale;

c. la trasformazione della filosofia da analisi interpretativa in prassi rivoluzionaria.

1.2.1. Le forme religiose dell’alienazione o la religione come alienazione dell’uomo dalla propria essenza. Le ricerche sull’essenza del cristianesimo e della religione hanno portato Feuerbach a scoprire nella religione la presenza di un processo di alienazione dell’uomo dalla propria specifica essenza; nella religione l'essenza dell’uomo viene definita nella sua forma perfetta ed eterna, e viene perciò collocata nel cielo: in tal modo si rende «l’uomo estraneo a se stesso» e si sdoppia la realtà «in un mondo religioso immaginario e in un mondo reale».

1.2.2. Dalle forme religiose alle radici storiche materiali dell’alienazione. Richiamando, nella quarta tesi, l’analisi svolta da Feuerbach sull’alienazione religiosa, Marx osserva tuttavia che l’alienazione religiosa è solo l'immagine celeste (ideale) di una alienazione (storica) ben più concreta, profonda e radicale collocata nell’agire pratico dell’uomo e nei rapporti sociali in cui egli è inserito.

1.2.3. La sede produttiva della alienazione. La successiva riflessione di Marx metterà in luce come l’alienazione si attui nei processi stessi con cui l’uomo esplica materialmente la propria attività lavorativa e culturale. Prima che nella divinità, l’uomo si aliena nella realtà concreta del sistema produttivo in cui opera, nell'ambito del suo stesso lavoro; è anzi in quanto si aliena nel prodotto della sua attività lavorativa che l’uomo finisce con l’alienarsi in altri ambiti, come quello religioso. Di conseguenza, ricorda Marx nella sesta tesi, non è possibile risolvere l’alienazione religiosa semplicemente negando l’esistenza di Dio o svelando la natura antropologica della teologia; è invece necessario individuare, denunciare e ricomporre l’alienazione dell’uomo nelle attività concrete della storia.

Per ricondurre l’alienazione religiosa alle condizioni materiali dell’agire umano, la filosofia deve abbandonare definitivamente ogni residuo idealistico e assumere come metodo il materialismo (cioè la ricerca dei processi di alienazione dell’uomo da se stesso nella concretezza dell’azione storica dell’uomo); deve spostarsi dal piano culturale (sovrastrutturale) a quello economico (strutturale); non può più limitarsi a semplice teoria, ma deve diventare prassi storica.

«XI. I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo.» (Tesi su Feuerbach)


1.3. le forme dell’alienazione mondana in un crescendo: la quadruplice alienazione

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del ’44

«Noi partiamo da un fatto economico, attuale. L'operaio diventa tanto più povero quanto più produce ricchezza, quanto più la sua produzione cresce in potenza e estensione. L’operaio diventa una merce tanto più a buon mercato quanto più crea delle merci.» (Marx Karl 1844 Manoscritti economico-filosofici del 1844, Editori Riuniti, Roma 1971, 194)

I processi di alienazione

[1. del prodotto dal produttore]

«Con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Il lavoro non produce soltanto merci; esso produce se stesso e il lavoratore come una merce, precisamente nella proporzione in cui esso produce merci in genere. Questo fatto non esprime nient’altro che questo: che l’oggetto, prodotto dal lavoro, prodotto suo, sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, che si è fatto oggettivo: è l’oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare, nella condizione descritta dall’economia politica, come privazione dell’operaio, e l’oggettivazione appare come perdita e schiavitù dell’oggetto, e l’appropriazione come alienazione, come espropriazione.»

[2. del lavoro dal lavoratore]

«Abbiamo finora considerato l’alienazione, l’espropriazione dell’operaio solo secondo un lato: quello del suo rapporto coi prodotti del suo lavoro. Ma l’alienazione non si mostra solo nel risultato, bensì anche nell’atto della produzione, dentro la stessa attività producente. Come potrebbe l’operaio confrontarsi come un estraneo col prodotto della sua attività, se egli non si è estraniato da se stesso nell’atto della produzione stessa? Il prodotto non è che il résumé dell’attività, della produzione. Se, dunque, il prodotto del lavoro è la espropriazione, la stessa produzione dev’essere espropriazione in atto, o espropriazione dell’attività, o attività di espropriazione. Nell’alienazione dell’oggetto del lavoro si riassume soltanto l’alienazione, l’espropriazione, dell’attività stessa del lavoro.


In che consiste ora l’espropriazione del lavoro?
Primieramente in questo: che il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l’operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L’operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori del lavoro, e fuori di sé nel lavoro. Come a casa sua è solo quando non lavora e quando lavora non lo è.

Abbiamo considerato da due lati l’atto di alienazione dell’attività pratica umana, del lavoro. 1) Il rapporto dell’operaio col prodotto del lavoro come oggetto estraneo e avente un dominio su di lui. Rapporto ch’è contemporaneamente rapporto col mondo sensibile, cogli oggetti naturali, come mondo che gli sta di fronte estraneo, nemico. 2) Il rapporto dell’operaio con l’atto di produzione nel lavoro. Rapporto ch’è il rapporto dell’operaio con la sua propria attività come estranea, non sua, l’attività come passività, la forza ch’è debolezza, la generazione ch’è impotenza, l’energia fisica e spirituale propria dell’operaio, la sua vita personale — che cos’è la vita se non attività — come un’attività rivolta contro lui stesso, e da lui indipendente, a lui non appartenente. L’autoalienazione; come vedemmo sopra l’alienazione della cosa.»

[3. del lavoratore dalla propria essenza, dal proprio genere umano]

«Abbiamo ancora da trarre dalle precedenti una terza caratteristica del lavoro alienato.


L’uomo è un ente generico non solo in quanto egli praticamente e teoricamente fa suo oggetto il genere, sia il proprio che quello degli altri enti, ma anche — e questo è solo un altro modo di esprimere la stessa cosa — in quanto egli si comporta con se stesso come col genere presente e vivente; in quanto si comporta con se stesso come con un ente universale e però libero.
La vita del genere, tanto dell’uomo che delle bestie, consiste sotto l’aspetto fisico anzitutto in questo: che l’uomo (come la bestia) vive della natura inorganica, e quanto più universalmente ne vive l’uomo della bestia, tanto più universale è l’ambito della natura inorganica di cui egli vive. […]

Il lavoro alienato fa dunque:

3) della specifica essenza dell’uomo, tanto della natura che dello spirituale potere di genere, un’essenza a lui estranea, il mezzo della sua individuale esistenza; estrania all’uomo il suo proprio corpo, come la natura di fuori, come il suo spirituale essere, la sua umana essenza;»

[4. dell’uomo dall’altro uomo, un’alienazione nel sociale]


«4) che un’immediata conseguenza, del fatto che l’uomo è estraniato dal prodotto del suo lavoro, dalla sua attività vitale, dalla sua specifica essenza, è lo straniarsi dell’uomo dall’uomo. Quando l’uomo sta di fronte a se stesso, gli sta di fronte l’altro uomo.
Ciò che vale del rapporto dell’uomo al suo lavoro, al prodotto del suo lavoro e a se stesso, ciò vale del rapporto dell’uomo all’altro uomo, e al lavoro e all’oggetto del lavoro dell’altro uomo. In generale, il dire che la sua essenza specifica è estraniata dall’uomo significa che un uomo è estraniato dall’altro, come ognuno di essi dall’essenza umana.
L’alienazione dell’uomo, e in genere ogni rapporto in cui l’uomo si trovi con se stesso, si realizza soltanto e si esprime nel rapporto nel quale l’uomo sta con gli altri uomini.
Dunque, nel rapporto del lavoro alienato ogni uomo considera gli altri secondo la misura e il rapporto in cui si trova egli stesso come lavoratore.»

(Marx Karl 1844 Manoscritti economico-filosofici del 1844, Editori Riuniti, Roma 1971 pp. 194-200, passim)

1.3.1. La ripresa e il capovolgimento critico delle tesi del pensiero politico moderno. Il testo di Marx, nell’articolare le forme dell’alienazione, sembra riprendere, e portare ad altra destinazione, le tesi espresse da John Locke per sostenere il diritto naturale alla proprietà privata, il suo fondamento e la sua ampiezza. «Sebbene la terra e tutte le creature inferiori siano comuni a tutti gli a uomini, pure ognuno ha la proprietà della propria persona, alla quale ha diritto nessun altro che lui. Il lavoro del suo corpo e l’opera delle sue mani possiamo dire che sono propriamente suoi. A tutte quelle cose dunque che egli trae dallo stato in cui la natura le ha prodotte e lasciate, egli ha congiunto il proprio lavoro, e cioè unito qualcosa che gli è proprio, e con ciò le rende proprietà sua. Poiché son rimosse da lui dallo stato comune in cui la natura le ha poste, esse, mediante il suo lavoro, hanno connesso con sé, qualcosa che esclude il diritto comune di altri. Infatti, poiché questo lavoro è proprietà incontestabile del lavoratore, nessun altro che lui può avere diritto a ciò ch’è stato aggiunto mediante esso, almeno quando siano lasciate in comune per gli altri cose sufficienti e altrettanto buone. (Locke John 1690 Due trattati sul governo, UTET, Torino 1968, 260-261)

Occorre riprendere lo stretto legame tra libertà e proprietà in Locke e Hegel. In Locke la proprietà è alla base della libertà o ne è la definizione prima; infatti inizia dicendo che ognuno è proprietario di sé stesso e di conseguenza, del lavoro delle proprie mani, del risultato del lavoro o di ciò cui ha apposto qualcosa di proprio traendolo dallo Stato in cui la natura lo aveva lasciato. La tendenza a stabilire un nesso essenziale tra proprietà e libertà culmina nella filosofia del diritto di Hegel, al cui centro sta l’idea di libertà: la proprietà è la forma reale concreta della libertà. È in questo contesto che emerge il concetto, qui positivo, di alienazione: se la libertà è concretamente posta nella proprietà, allora la realizzazione della libertà è farsi altro, porsi in altro è alienazione. Quindi Marx: se tale alterità, nata come la realtà della libertà, diventa un ente estraneo, non appartiene a chi la produce, allora questa alienazione (farsi altro da sé nella proprietà) è estraneazione; quindi questa realizzazione che è alienazione e poi estraneazione diventa processo di negazione, autonegazione e negazione storica.

1.3.2. Dopo aver riconosciuto a Feuerbach il merito di aver individuato l’origine dell'alienazione religiosa, Marx ritiene necessario smascherare le forme più radicali, politiche ed economiche, in cui l’alienazione si manifesta. La conoscenza delle condizioni sociali del proletariato urbano, acquisita dal filosofo durante un soggiorno a Parigi e approfondita con personali letture, conduce Marx a individuare nei rapporti economici della società industrializzata la base materiale e concreta delle varie forme (religiosa, sociale, politica) in cui si manifesta la separazione dell’uomo dai risultati oggettivi del proprio lavoro e quindi da se stesso. Una serie di specifici studi sul lavoro e sull'alienazione nella società capitalistica che saranno raccolti e pubblicati quasi un secolo dopo, nel 1932, con il titolo Manoscritti economico filosofici del 1844.

1.3.3. La riflessione critica che Marx conduce sul pensiero economico del secondo Settecento (di cui A. Smith, F. Quesnay, T. Malthus, D. Ricardo, I.-B. Say furono i più significativi esponenti) inaugura un nuovo modello di indagine sia in economia politica (per gli strumenti e per i processi logici mobilitati per definire temi e formulare leggi), sia in filosofia (che Marx riconduce alla base concreta e materiale da cui provengono le sue elaborazioni teoretiche). Sin dal 1844, la riflessione di Marx si costituisce infatti nell'intreccio, vario ma indistricabile, di economia e filosofia. I concetti classici dell’economia politica (capitale, concorrenza, profitto, rendita, proprietà, denaro, salario, lavoro) non sono per Marx i fondamenti naturali e indiscutibili di leggi ineluttabili dell’economia, ma descrivono solo un particolare modo di produzione storicamente determinato; di esso occorre spiegare l’origine e l’evoluzione al fine di mostrarne la storicità e la possibile radicale trasformazione. Per interpretare ed esprimere questi aspetti della realtà Marx si serve di categorie e di termini come oggettivazione, estraniazione, alienazione, che trasferisce dalla dialettica dello spirito di Hegel alla dialettica dell’economia e della storia.

1.3.4. Le forme dell’alienazione: «L'economia politica occulta l’alienazione che è nell’essenza del lavoro». L’alienazione è il concetto centrale attorno a cui Marx costruisce l'intera critica filosofica all’economia politica.

1.3.4.1. Originariamente il termine aveva il significato giuridico di cessione, volontaria o meno, di un bene; successivamente viene a indicare il patto associativo in cui ognuno rinuncia a tutti i propri diritti per riceverli dalla sola comunità (come afferma Rousseau); nella dialettica di Hegel designa invece il processo con cui lo spirito, determinandosi nell’oggetto come altro da sé, si realizza secondo uno sviluppo dialettico logico e oggettivo. Ripresi da questa tradizione i termini oggettivazione, estraniazione, alienazione, vengono assunti da Feuerbach come strumenti di analisi della religione e si trasformano in termini di denuncia della separazione dell’uomo dalla propria essenza, attuata dalla cultura religiosa.

1.3.4.2. Marx, fin dai primi scritti su temi giuridico-politici, si avvale degli stessi termini per denunciare la separazione tra le forme concrete della società e gli astratti concetti di stato e libertà giuridica, e per individuare, nell'analisi economica, i tratti di quell'economia che separa dal produttore l’oggetto cui mette capo il lavoro umano, alienandolo nel risultato stesso della sua libertà produttiva. In tal modo, i termini oggettivazione e alienazione si scindono e si contrappongono; in Marx, come e più radicalmente che in Feuerbach, l’alienazione (l’estraniazione, l’espropriazione) perde l’originaria connotazione positiva e a essa si lega un nuovo progetto filosofico: la filosofia diventa ora la forma di cultura che ha come compito di svelare teoricamente e contrastare praticamente le forme dell'alienazione, le attività cui l’uomo affida la propria oggettivazione e che si trasformano in processi di annullamento dell’uomo stesso.

1.3.5. Nella riflessione di Marx il lavoro, nelle forme che assume nella produzione capitalistica, è il luogo originario del processo di alienazione storica dell’uomo; l'alienazione religiosa e l’alienazione politica derivano infatti da un’alienazione prima e originaria: l’alienazione economica. A partire dall’alienazione economica, che concretamente si manifesta nella forma della proprietà privata, la riflessione di Marx mette in luce quattro livelli, sempre più profondi ed estesi, di alienazione.

Marx, impostando lo studio dei fatti economici secondo le forme della dialettica hegeliana, individua infatti nei processi di cui vive e si alimenta l'economia dominata dal capitale una forma di negazione dell'uomo. Termini chiave della dialettica hegeliana, come oggettivazione, realizzazione, privazione, alienazione, espropriazione, vengono ripresi per aprire la riflessione filosofica sulle forme storiche ed economiche della società e metterne in luce le contraddizioni e i limiti. Il lavoro e la proprietà, indicati dalla filosofia del diritto di Hegel come oggettivazione concreta della libertà e dell’iniziativa umane, si presentano, nel sistema capitalistico, come realtà indipendenti dal soggetto, come principi autonomi dell’intera economia; essi divengono perciò fonte dell’alienazione e della schiavitù dell’uomo. Indicando il mutamento di significato dei concetti dialettici di oggettivazione, estraniazione, Marx segnala gli stravolgimenti paradossali cui ha condotto la logica del capitale.

1.3.6. L’autonomia dell’economia e l’alienazione dell’uomo: processi in parallelo. Osserva e riassume Jürgen Habermas: «…come critico dell'economia politica, Marx vede nell’anatomia della società borghese nient’altro che strutture attraverso cui il processo di autovalorizzazione capitalistica si afferma «sopra le teste» d’individui autoestraniati, producendo forme sempre più drastiche d'ineguaglianza sociale. Così, da un insieme di condizioni autorizzanti che rendevano possibile la libertà — condizioni per cui gli individui si associavano con volontà e coscienza, sottomettendo il processo sociale al proprio controllo collettivo — la società borghese si capovolge in un sistema dominante in maniera anonima. Questo sistema, automatizzandosi contro le intenzioni d’individui socializzati senza consapevolezza, obbedisce soltanto più alla propria logica interna e assoggetta l’intera società agli imperativi economicamente decodificati della propria autostabilizzazione.» (Habermas Jürgen, 1992 Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Guerini e associati, Milano 1996, 58)

2. Le forme e la logica di produzione dell’economia industriale capitalistica




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