Where’s dora



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22.12.2017
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where’s dora?


di olga gambari
Forse già prima li aveva messi nei suoi lavori, nelle trame astratte che ha dipinto per anni, con un minimalismo innamorato della lezione storica americana. Erano mimetizzati, metaforizzati nell’esuberanza dei colori che forzavano il rigore geometrico delle tessiture scandite come moduli matematici. Sicuramente li aveva negli occhi, e nel cuore. Nick Gammon adesso sogna solo più fiori e foglie, piante del paradiso comunque, simboli di un eden in terra esotico e tropicale. Le forme di ibiscus e monstera deliciosa sono diventate altrettanti moduli, sagome che si distaccano dalla realtà e si astraggono, per andare ad animare patterns studiati e precisi come un teorema, dalla struttura compositiva alla definizione cromatica. C’è un testo di Ad Reinhardt, scritto in occasione di una mostra nel 1949 alle Isole Vergini, dove l’artista americano elenca, nella formula della negazione, una serie di soggetti che “vivevano” in qualche modo nelle sue tele quasi monocrome, stese sulle tonalità più scure del pantone. Nomina :”no seashells or undersea caves, no blinding sand or wild winds or superstitions … no trace or taste of lobster or turtle, mangoe or mongoose, no rum or coca-cola, no bamboo or barracuda … no fish or fowl … sea or sky-scape, no abstractings from nature …”. Negare per affermare, dando però un’autonomia totale all’immaginazione sensoriale dello spettatore e alla non definizione del contenuto del suo stesso lavoro. È una famosa catalogazione di Reinhardt, che Gammon conosce bene, e rientra in una grande idea di “paradiso dall’altra parte del mondo” di cui condivide l’atmosfera, il sogno. Un’idea presente nella cultura occidentale, secondo una tradizione a largo raggio che va dalla letteratura antica, anche di stampo religioso, al Nuovo Mondo, all’India del movimento hippy.
La storia racchiusa negli ultimi lavori di questo artista gallese, che però è vissuto anche in Irlanda, ma prima a Londra, e poi ha fatto lunghi viaggi negli Stati Uniti e nell’America Centrale, per trasferirsi alla fine a Biarritz, parte da lontano, comincia nel 1970. Nick aveva dodici anni e cominciò a fare surf in Galles, una passione sportiva dietro a cui si cela però una vera e propria filosofia e uno spirito, insieme una mitologia, all’insegna della libertà. Il surf è una sfida alle onde, al mare come elemento naturale per eccellenza, sinonimo di acqua e cielo, di infinito, di vita e morte. L’uomo prova a domare l’oceano con una tavola, usando coraggio, intelligenza e intuito, in un gioco dove si è soli di fronte all’immenso. Ma il surf è anche una parola che accende un immaginario legato ai mari caldi, al sole che scotta la spiaggia e la pelle, ad uno stile di vita leggero, fuori dalle regole della vita quotidiana, dove si può vivere scalzi e in bermuda, descritto spesso per stereotipi. Sullo sfondo fiori tropicali, palme, tramonti, le Hawai, patria ideale e storica perché “il paradiso” per antonomasia degli americani, a cui poi si sono aggiunte molte altre mete esotiche, e naturalmente la California. Da qui la codificazione di motivi floreali ispirati a piante tropicali, che animavano prima camicie e parei, e ora sono patterns per abbigliamento legato alla vacanza, al tempo libero. Quel mondo iconografico si mescola alla musica dei Beach Boys, a una serie di film tra cui il famoso “Un mercoledì da leoni” del 1978 di John Milius, e a una serie di veri eroi, surfer dai nomi d’arte, personaggi archetipici per il tipo di vita che hanno incarnato. Per esempio Dora, a cui Gammon dedica il primo dei lavori della serie “Green Room” nel 2003, un grande dittico dominato dal blu. “Where’s Dora?”
Come surfando sulle onde Gammon scivola su un mondo di sensazioni e rifrazioni, entrando dentro un catalogo di immagini codificate, ibiscus e foglie rigogliose. In ogni lavoro frammenta quelle forme, ci salta sopra e attraverso, le sdoppia, le osserva da prospettive diverse, le sovrappone. Diventano appunto moduli astratti, sagome così stilizzate da assurgere alla geometria. Ma nulla è lasciato al caso, perché la lezione del minimalismo rimane nell’impianto rigorosissimo della strutturazione compositiva, nella precisione del tratto, insomma nella meticolosità del progetto che sostiene ogni lavoro. Per l’artista il percorso parte dalla realtà per poi distaccarsene proprio a livello iconografico. Il realismo diventa manierismo astratto e modulare, una visione che si sgancia da paesaggio riconoscibile e familiare per lanciarsi in una narrazione fatta di sensazioni e percezioni. È in questa dimensione parallela che Gammon surfa, come scivolasse negli strati dell’acqua, appropriandosi della vista ingannevole che gli occhi raccolgono sotto la superficie del mare, quando si guarda la luce dal basso, e tutto appare dominato da altre leggi della visione e della gravità. A Gammon interessa che i suoi quadri lavorino sulla percezione, e per questo sono ben presenti i concetti dell’arte optical e cinetica, legati allo slittamento dei confini delle forme, alla stesura del colore, agli effetti ottici. Sfumature, giustapposizioni, sbalzi di tonalità, accostamenti, viraggi. Una pittura ad olio e cera declinata secondo un’esperienza teorica e tecnica capace di far muovere la superficie, di creare piani dinamici, facendo vibrare le campiture e uscendo dalla dimensione bidimensionale. Un’idea di tridimensionalità assolutamente virtuale, che si avvicina alla visione lisergica. Per questo un elemento fondamentale, da un punto di vista sia materico sia estetico, è la cera, intervento finale sui lavori, che anima versi e andature, trasformando la tavola in un tessuto di velluto. “Anche di profilo la superficie sembra muoversi, nel lieve stratificarsi delle forme, sventolando come una bandiera” dice Nick.
Ma chi era Dora alla fine?
Dora è un mito, era uno che in vita ogni tanto scompariva, nessuno sapeva dove, un po’ pirata un po’ folle, sempre con la tavola sotto braccio. Erano gli anni Sessanta, California, e, sparse qua è là, comparivano graffiti sui muri che dicevano “Where’s Dora?”. Un nome che rappresenta un modo di vivere, simbolo di ribellione, e per questo sempre giovane.

where’s dora?


by olga gambari
Perhaps they were in his work already, in the abstract forms that he had painted for years, with a minimalism enamored of the historic lesson of America. Maybe they were camouflaged, transformed, in the profusion of colors that dominated the geometric precision of the patterns, marked out like mathematical modules. No doubt he had them in his eyes and in his heart. Now Nick Gammon dreams only of more and moreflowers and leaves, all plants of paradise, symbols of an Eden in an exotic, tropical land.
The shapes of hibiscus and monstera deliciosa have become modules, forms that detach from reality and turn abstract, with which he creates patterns as precisely considered as a theorem in everything from their compositional structure to their chromatic values. There is an essay by the American artist Ad Reinhardt, written for a 1949 exhibition, which had been painted in the Virgin Islands, where he lists, by negation, a series of subjects denials that in some way “live” in his almost monochrome paintings, based on the darkest hues of the color spectrum. He names:”no seashells or undersea caves, no blinding sand or wild winds or superstitions ... no trace or taste of lobster or turtle, mango or mongoose, no rum or coca-cola, no bamboo or barracuda ... no fish or fowl ... sea or sky- scape, no abstractings from nature ...”. His negations are in a way affirmations, suggesting that the dark monochrome abstract paintings in reality contain references to all these things.
It ties in with the idea of a “paradise on the other side of the world”, a concept that runs through Western culture, from classical literature, to the discovery of the “New World”, and even the hippy’s pilgrimage to India.
Nick Gammon is a Welsh artist, who lived in Ireland and London, and travelled extensively in the United States and Central America before moving to Biarritz. The story behind his latest body of work begins way back in 1970, when he was twelve years old and started surfing in Wales. It’s a sport, a passion, with a whole philosophy and mythology of it’s own, inspired by the search for freedom.
Surfing means challenging the waves, the sea as nature’s defining element, the epitome of
water and sky, the infinite, life and death. Human beings seek to tame the ocean with a board, putting to use their courage, intelligence and intuition in a game in which one stands alone with the infinite. Surfing is also a word that excites the imagination with warm seas, sun-baked sand and skin, an easygoing lifestyle, free from the rules of everyday life, where you can go barefoot in board-shorts, a world often seen as a stereotype. Against a backdrop of tropical flowers, palm trees and sunsets, Hawaii is idealized as the archetypical tropical paradise for Americans, along with other exotic locales, and, of course, California. Here originates the coding of floral patterns inspired by tropical plants that once embellished shirts and sarongs and now are the patterns for all vacation and leisure clothing. This iconographic world mingles with Beach Boys music, a collection of movies including the famous John Milius film from 1978, Big Wednesday, and a line of heroes, surfers with “stage names”, characters defining the type of life they incarnated. One such figure was Dora, to whom Gammon dedicated the first work in the “Green Room” series, in 2003, a large diptych dominated by blue: “Where’s Dora?”
As if he’s surfing on waves, Gammon glides over a world of sensations and reflections, delving into a collection of codified images, hibiscus and lush leaves. In each work, he breaks up those forms, he jumps on them and through them, doubles them, observes them from different perspectives and overlaps them. They become abstract modules, outlines that arestylized to the point of verging on the geometric. Nothing is left to chance, as minimalism’s lesson lingers in the highly precise layout of the compositional structure, in the exactness of the mark, in the meticulous plan that underpins every work. The trajectory for the artist starts from reality and then departs from it at the iconographic level. Realism becomes abstract, modular mannerism, a view that detaches from the familiar, recognizable landscape to delve into a narrative of sensations and perceptions. Here, in this parallel dimension, Gammon surfs, as if he were gliding through layers of water, taking on the distorted view that the eyes see under the water’s surface, when looking up at the light from below, and all seems to be governed by new laws of sight and gravity. Gammon is interested in having his paintings work with perception. The concepts of optical and kinetic art thereforecome into play, tied to shifting the bounds of forms, the application of color, and optical effects. Shadings, juxtapositions, sudden shifts in hue, combinations and tonings. Oil paint and wax expressed through a theoretical and technical experience that makes the surface move, creates dynamic planes, makes the fields of color vibrate and depart from the two-dimensional. This is a totally virtual concept of three-dimensionality that approaches a hallucinogenic vision. An essential element, both in terms of material and aesthetics, is wax, the final contribution to his works, informing refrains and pacing, turning the painting into a velvet fabric.
“Even in profile, the surface seems to move, in the slight layering of the forms, flapping like a flag,” Gammon says.
So who was Dora anyway?
Dora was a legend. He was someone who used to disappear from time to time, no-one knew where to. A bit of a pirate, slightly crazy, always with his board under his arm. It was in the sixties in California that the graffitti started appearing on walls, at Dana Point where he surfed, asking “Where’s Dora?” No-one was ever quite sure. And it’s still being painted on walls today, his name represents a whole way of life, it’s a symbol of youth and rebellion.


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