Zygmunt Bauman



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Zygmunt Bauman.
LA SOCIETA' SOTTO ASSEDIO.
Editori Laterza, Roma-Bari.

Prima edizione 2003.

Traduzione di Sergio Minucci.

Titolo dell'edizione originale: "Society under Siege" - Polity Press, Cambridge, e Blackwell

Publishers Ltd, della Blackwell Publishing, Oxford, 2002.

Copyright © 2002, Zygmunt Bauman.

La presente traduzione viene pubblicata secondo gli accordi presi con Polity Press e Blackwell

Publishing Limited, Oxford.


INDICE DEL VOLUME.

Introduzione.

Parte prima.

POLITICA GLOBALE.

1. A caccia della società elusiva:

L'immaginazione manageriale - Il crollo dell'ingegneria sociale - Navigare nella rete - La società?

Difficile da immaginare - Il morto risorgerà?

2. La grande separazione-stadio 2:

Meditazioni aristoteliche - La politica come critica e un progetto - Lo stato moderno come critica

istituzionalizzata - Il prezzo dell'emancipazione - La nuova incarnazione del Grande Fratello - Per

chi suona la campana del Grande Fratello - L'incertezza: la radice prima dell'inibizione politica - La

seconda secessione - Le prospettive della politica globale.

3. Vivere e morire nella terra di frontiera planetaria:

La terra di frontiera globale - Battaglie di ricognizione - Guerre asimmetriche - La guerra come

vocazione - Vivere insieme in un mondo pieno - I rifugiati in un mondo pieno.

Parte seconda.

LA POLITICA DELLA VITA.

4. La (in)felicità dei piaceri incerti:

Meditazioni senechiane, o la felicità come vita eterna - La felicità come opzione aperta a tutti - La

felicità: da premio a diritto - In attesa della felicità - Soddisfazioni in cerca di bisogni - Desideri che

rifiutano soddisfazione - Né avere né essere - La felicità dei legami (smaltibili).

5. Come appare in T.V.:

Velocità contro lentezza - Privato contro pubblico - Autorità contro idolatria - Evento contro

politica.

6. Vita che consuma:

Consumatori e società dei consumi - Bisogni, desideri, capricci - Il principio di realtà e il principio

di piacere stringono un patto - La sconfessione dell'olismo - Scelta con garanzia, scelta rassicurante

- Alimentare l'incertezza, nutrirsi d'incertezza.

7. Da spettatore ad attore:

Essere spettatore in un mondo di dipendenza globale - Excursus: cosa possiamo imparare dalla

storia dei «diritti degli animali»? - Sulla difficoltà di diventare attore - A caccia del «momento

politico» nel mondo globalizzato.

Conclusione.

Utopia senza «topos»:

L'immaginazione sedentaria - L'immaginazione paralizzante - L'immaginazione nomadica -

L'immaginazione disimpegnata - L'immaginazione privatizzata.

Note.
INTRODUZIONE.
La sociologia è nata come un progetto moderno, e come tutti i progetti moderni ha seguito sin dall'inizio e per tutta o comunque gran parte della sua storia l'uno e trino compito comteano per cui «dalla scienza deriva la previsione e dalla previsione l'azione». La sociologia mirava a conoscere il proprio oggetto sì da poter indovinare con certezza in che direzione questo tendesse a muoversi, e dunque a scoprire cosa si poteva e si doveva fare qualora lo si volesse pilotare nella giusta direzione. E l'oggetto da conoscere, analizzare e alla fine plasmare era la «realtà umana»: quella condizione entro cui (per rifarci alla famosa espressione di Marx) l'uomo compiva le proprie scelte biografiche/storiche, ma dalle quali essa stessa era però esente (essendo stata proprio per quel motivo chiamata «realtà»). E proprio questo suo sottrarsi alla scelta ha stimolato l'immaginazione sociologica. Essendo la pratica moderna un continuo esercizio di trasgressione dei confini e di superamento dei limiti, qualunque cosa opponesse resistenza al potere di scelta dell'uomo costituiva un'offesa, un "casus belli" e scatenava una chiamata alle armi. Occorreva conoscere il proprio oggetto, perché conoscerlo equivaleva a disarmarlo. Svelarne il mistero era come rubare il fulmine di Giove: un oggetto conosciuto non avrebbe più opposto resistenza, o quanto meno sarebbe stato possibile prevedere un'eventuale opposizione, prendere le debite precauzioni e annullarne l'impatto. Ecco perché la ricognizione è la "conditio sine qua non" per costringere l'avversario alla resa. Le informazioni sono la più potente delle armi, e quanto più precise e dettagliate sono, tanto più completamente e irrevocabilmente il nemico - spogliato dei suoi segreti - sarà ridotto all'impotenza. Una volta conosciuti dall'avversario, i suoi punti di forza si trasformeranno in talloni d'Achille. La scienza moderna ha rivestito il ruolo di «servizio segreto» della pratica moderna, il cui nemico era la realtà esistente (leggi: l'ancora impenetrato, opaco, oscuro e quindi intatto e al momento ingestibile segmento del piano d'azione). Nel corso degli ultimi due secoli la sociologia ha tentato di farsi riconoscere come scienza, contribuendo anch'essa a espletare quel ruolo e dimostrandosi capace di farlo.

La «pratica» è tutto ciò che gli agenti fanno, ed è un altro agente deciso ad agire che costituisce l'avversario, ed è l'obiettivo d'azione stabilito dall'agente a fornire il principio in base al quale si attribuisce o si nega importanza ai tanti attributi di quell'avversario. Acquisire informazioni non avrebbe senso - anzi, sarebbe del tutto inconcepibile - se non ci fosse un agente dedito a un'azione finalizzata: stabilire degli obiettivi e perseguirli. Nel caso della sociologia, questo agente era lo stato sovrano, mentre la sociologia stessa ha indossato i panni di servizio segreto della sua pratica.

Disarmare la realtà al fine di renderla più duttile, più malleabile e ricettiva al cambiamento fu l'elemento caratterizzante dello spirito moderno, ma il diritto e la capacità di farlo fu oggetto di disputa tra le istituzioni moderne, nonché il premio più ambito della moderna lotta per il potere.

Max Weber aveva definito lo stato moderno l'istituzione che rivendica il monopolio sulla coercizione ammissibile («legittima», senza appello e senza indennizzo): in altre parole, un'istituzione che si proclama l'unico agente avente diritto a valersi dell'azione coercitiva per costringere lo stato di cose esistente a essere diverso da ciò che è stato e continuerebbe a essere se lasciato a se stesso.

L'azione è coercitiva se e quando nel perseguire i propri obiettivi non tiene conto delle «tendenze naturali» del suo oggetto. Nel caso di un oggetto dei sensi e in forma di agente, la «coercitività» dell'azione significa che le intenzioni e predilezioni dell'oggetto sono rese illegittime tramite una loro catalogazione come stimoli derivanti da ignoranza o da inclinazioni criminali. La «legittimità» dell'azione coercitiva significa che l'agente che la esplica nega al suo oggetto il diritto di opporvisi, di contestarne le ragioni, di rispondere per le rime o di reclamare un indennizzo. Tale legittimità era essa stessa un elemento cardine della coercizione. Indipendentemente dal livello di coercizione imposto, tuttavia, tale legittimità - e in particolare il monopolio della coercizione legittima - non è mai stata immune da contestazioni e quindi è stata quasi sempre vista come uno stato ideale non ancora raggiunto, come un progetto non finito e come un grido di battaglia per gli scontri futuri.

C'era un agente, c'era un obiettivo e c'erano la determinazione, le risorse e una ragionevole speranza di raggiungere il proprio obiettivo. Restava un posto vacante per un'unità di «servizi segreti» - e la sociologia fece domanda per ottenerlo.

Qualunque forma l'aspirante stato desiderasse dare alla realtà trovata, il metaobiettivo, la condizione di fattibilità di qualsiasi obiettivo concepibile, dovette essere una certa remissività, un'adeguata duttilità della realtà alla quale si desiderava cambiare forma. Come ogni scultore sa, la duttilità è un tratto proprio non della materia da plasmare, ma del rapporto tra solidità della materia e capacità di penetrazione dell'utensile impiegato. L'esito del tentativo d'intagliare dipende tanto dall'efficacia dello strumento scelto quanto dalla remissività della materia, e occorre dunque un'affidabile conoscenza della seconda per consentire un'adeguata scelta del primo. Allorché si tratta di scolpire la realtà sociale, tuttavia, raramente o mai l'«ente-scultore» eguaglia l'esclusività d'intenti e il completo dominio sulla procedura concretamente riscontrabile nello studio di uno scultore, anche se la gran parte degli stati moderni che ha intrapreso il lavoro d'intaglio ha elevato la libertà dello scultore a modello e ideale da perseguire. Occorre uno stato potente e capace per proteggere la piena autorità dello scultore nel proprio studio; lo stato aveva solo se stesso per difendere la propria autorità sulla società figurata e trattata come lo studio di uno scultore su larga scala. Nel tentare di assicurare tale protezione, lo stato era simultaneamente l'arbitro e uno dei contendenti, finendo spesso col trovarsi nella condizione del barone di Münchhausen (vale a dire di dover contare solo sulle proprie forze per tirarsi fuori dai guai) anziché godere della libertà dello scultore. Quasi sempre c'erano altri aspiranti scultori desiderosi di intervenire sulla stessa materia e incidervi un'immagine diversa - e che reclamavano a gran voce il diritto di farlo. La principale attività dello stato dovette quindi essere quella di ritirare dai negozi tutti gli strumenti da intaglio e distruggere tutte le fabbriche che li producevano. Da qui il preteso monopolio sulla produzione e utilizzo dei mezzi di «coercizione legittima» - un obiettivo definito come l'applicazione del modello preferito di realtà (più razionale, più umano o che prometteva più sicurezza, e quindi superiore per tutti o uno qualsiasi di questi motivi alle alternative esistenti al momento o che si sarebbero probabilmente presentate). L'imposizione di una forma prediletta a spese di quella esistente implica sempre il ricorso alla coercizione - la "determinazione" a usare la coercizione e la "minaccia" di ricorrere alla coercizione.

Ma altrettanto vale per ogni forma di violenza, e una volta che le azioni vengono spogliate dalle definizioni che le avvolgono non resta niente a distinguerle «empiricamente» l'una dall'altra. Qualsiasi confine tracciato per separarle sarà necessariamente arbitrario, e dunque la rivendicazione del monopolio sui mezzi di coercizione si riduce alla indivisibilità della funzione dell'arbitro. La coercizione è legittima nella misura in cui è approvata dall'arbitro mediante la procedura dell'arbitrato che l'arbitro stesso ha approvato. Ogni altra forma di coercizione è definita come violenza, e missione primaria e compito prioritario della coercizione legittima è sradicare ed estirpare la violenza, impedirne l'insorgere e punirne le manifestazioni. "Il diritto di tracciare il confine tra coercizione legittima (ammissibile) e coercizione illegittima (non ammissibile) è al principale obiettivo di tutte le lotte per il potere". Su tale campo di battaglia i contendenti che predicano modelli alternativi per riforgiare la realtà sociale vengono alfine a scontrarsi. Il «processo di civilizzazione» (nome col quale allo stato piace definire la propria attività) consiste nel rendere superflui i campi di battaglia riducendo al minimo o eliminando del tutto la probabilità che il confine tra coercizione legittima e illegittima stabilito dallo stato sia messo in discussione. Il genere di violenza più strenuamente combattuto in tale processo è la «metaviolenza»: la coercizione volta a minare la legittimità della coercizione approvata dallo stato. Una lotta quasi mai efficace al cento per cento, dal momento che la violenza (vale a dire la coercizione che sfida apertamente la legittimità esistente, che reclama legittimità o che aspira a conquistarla) è una matita con la quale il confine tra legittimo e illegittimo viene continuamente ridisegnato.

Per gran parte della sua storia, che grosso modo coincide con la storia dello stato moderno, la sociologia ha esaminato i modi e i mezzi con cui si acquisisce la resistenza o l'immunità alla metaviolenza della coercizione approvata dallo stato, e come la legittimità della coercizione venga fortificata attraverso la mobilitazione di sentimenti finalizzata all'interiorizzazione dell'ordine protetto dallo stato, oppure attraverso il dissolvimento della coercizione nel tessuto della vita quotidiana. Nel riassumere le esplorazioni di tutta la sociologia precedente, Talcott Parsons ha sostenuto che la sua principale occupazione è stata sin dall'inizio il tentativo quotidianamente reiterato di disinnescare l'effetto potenzialmente distruttivo della volontarietà degli attori, mentre il suo principale strumento cognitivo è stato il dipanare la trama di quel mistero. Secondo Parsons, la storia della sociologia è consistita nell'aggiungere note sempre più precise e dettagliate al «problema hobbesiano»: segnatamente la possibilità di modelli comportamentali ripetitivi, regolari, consuetudinari, e dunque di un'armoniosa e pacifica coabitazione di attori che perseguono i propri, apparentemente incompatibili, interessi. Sulla centralità di tale mistero in tutta l'opera d'investigazione della società c'era ben poco disaccordo tra le varie, e per altri versi disparate, scuole di pensiero sociologico. Norbert Elias, di certo non un ammiratore entusiasta della grande sintesi di Parsons, individuò il fulcro del «processo di civilizzazione» nell'opera di concentrazione

nelle mani dello stato di una coercizione in precedenza diffusa e disseminata lungo tutta la rete di interazioni sociali. Il processo di «socializzazione», definito come il rimodellamento del «volere della società» (meglio noto con il nome di «interessi comuni») nelle spinte motivazionali dei suoi membri, e gli espedienti volti a ostacolare, neutralizzare o sopprimere la competizione in tale opera di rimodellamento sono stati per molti anni al centro dell'attenzione dei sociologi e hanno costituito, nelle loro numerose incarnazioni, il grosso dell'indagine sociologica. Il risultato ultimo della contesa per la legittimità è apparso per tutta la fase solida della modernità una conclusione scontata. Esisteva un solo concorrente che aveva realisticamente una possibilità di vittoria: l'alleanza tra la nazione emergente e lo stato emergente, tra la nazione che legittima la richiesta di disciplina dello stato e lo stato che supporta e spalleggia le ambizioni integratrici/assimilatrici/repressive della nazione. Il globo era diviso negli spazi degli stati nazionali e i territori non appartenenti a nessuno degli spazi esistenti erano «terra di nessuno» in attesa di essere annessi e incorporati. «Potere sovrano» e «stato nazionale» erano, a tutti i fini pratici, sinonimi.

Giorgio Agamben, rifacendosi alla definizione di «sovranità» di Carl Schmitt («sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione») (1), afferma che il vero elemento caratterizzante della sovranità non è tanto il diritto di stabilire la legge, quanto il diritto di esentare dalla legge; è la capacità di spogliare i propri cittadini dell'involucro repressivo/protettivo della legge che rende il potere pienamente e autenticamente sovrano. La «sovranità», potremmo dire, significa il diritto di affiggere manifesti con la scritta «Ricercato vivo o morto» che designano facili prede per i cacciatori di taglie. Il vero cittadino dello stato moderno - di qualsiasi stato moderno, indipendentemente dal suo regime politico - era «nuda vita», la vita perennemente in bilico sul labile confine che separa l'inclusione dall'esclusione.

Nella politica moderna, lo «spazio della nuda vita [...] viene progressivamente a coincidere con lo spazio politico» (2). «Solo perché nella nostra epoca la politica è diventata integralmente biopolitica», sostiene Agamben, «essa ha potuto costituirsi in misura prima sconosciuta come politica totalitaria». La stessa trasformazione spiega «la rapidità, altrimenti incomprensibile, con cui nel nostro secolo le democrazie parlamentari hanno potuto rovesciarsi in stati totalitari e gli stati totalitari convertirsi quasi senza soluzione di continuità in democrazie parlamentari» (3). Come Karl Marx osservò molto tempo fa, gettando uno sguardo lungimirante dalla soglia dell'era moderna, le idee di chi domina tendono a essere le idee dominanti. Queste ultime si sono dimostrate tali anche per i sociologi, o più esattamente esse hanno dominato la teoria e la prassi dei sociologi. La cosa non sorprende, dal momento che quella che passava per la realtà dei «fatti sociali coercitivi» di Émile Durkheim era la realtà forse già plasmata, ma che certo si voleva tale, dalle attività coercitive dei governanti dello stato nazionale sovrano. Impegnati a svelare il mistero dell'«impatto della realtà sociale», i sociologi non poterono che scoprire il sovrano/legittimo potere dello stato quale sua condizione necessaria e sufficiente. La sensazione di coercitività era un effetto collaterale dell'assenza di sfidanti in grado di approssimare, e tanto meno uguagliare, i superiori poteri del campione, la cui caduta non poteva di conseguenza apparire che una mera fantasia. Le forme di governo potevano essere argomento di disputa, ma non la sua sovranità e la sua identificazione con lo stato, da dove partivano e dove ritornavano tutti i fili dell'integrazione sociale e le traiettorie della riproduzione sociale. Il punto tuttavia è che (come dice giustamente Jean-Pierre Dacheux) «tutte quelle cose impensabili che hanno portato all'introduzione delle frontiere ritenute stabili e insuperabili» (4) hanno ceduto sotto una duplice pressione: dall'alto (la globalizzazione) e dal basso (la biodiversità, che alla fine ha sconfitto i tentativi di dissolvimento e fusione entro la cornice strutturale dello stato nazionale). Viene da chiedersi in che misura il riuscito e per lungo tempo felice matrimonio tra nazione e stato tenga ancora.

Alla soglia dell'era moderna, i discendenti repubblicani dei logori e fatiscenti sacri imperi abbandonarono il principio "cuius regio, eius religio" e decisero di divorziare dalle rispettive Chiese, proclamando la fede religiosa una questione privata di nessun interesse per il sovrano politico - solo però per eleggere subito dopo la nazione a nuovo partner nuziale e proclamare la promozione del patriottismo compito precipuo dello stato sovrano e pubblico dovere dei suoi cittadini. Quale nuova era la separazione tra stato e nazione potrebbe annunciare, se ciò e davvero quanto sta accadendo?

Certo, le udienze per il divorzio procedono a balzi, e se un decreto provvisorio verrà alla fine concesso o se la separazione sarà o meno definitiva potrebbero ancora apparire questioni aperte. Di tanto in tanto, il modello ortodosso di patriottismo di stato erompe qua e là apparentemente illeso, quasi si fosse soltanto addormentato per un po', senza perdere nulla delle sue passioni e dei suoi poteri di mobilitazione. Proprio di recente abbiamo assistito negli Stati Uniti a tale manifestazione di prorompente risveglio di patriottismo vecchio stile - incentrato cioè sullo stato - sulla scia dell'attacco terroristico subìto e dell'improvvisa scoperta che lo scudo issato dallo stato contro i pericoli provenienti dal mondo esterno non ha garantito l'incolumità personale degli americani, che tale scudo può essere facilmente perforato e occorre fare di più, molto di più, per renderlo solido e impenetrabile, ammesso che un tale sogno sia realizzabile. Quello shock è bastato a garantire un sostegno insolitamente unanime all'iniziativa del governo di impegnare marina e aeronautica in una spedizione militare, e a sollevare una trita e sciovinistica ondata di sdegno popolare contro le poche voci dissenzienti (come Susan Sontag, ad esempio, ha imparato a proprie spese, mentre la gran parte dei giornalisti e cronisti ha evitato la lezione rifugiandosi nel «rispetto dei sentimenti»). Ciò nonostante, resta sempre da vedere se questo basterà a puntellare e fomentare una prontezza all'autosacrificio di massa che un'altrettanto antiquata coscrizione di massa impone, e solo il tempo potrà dire fino a quando potrà durare la fiammata di sentimento patriottico senza essere alimentata da altri shock ancora più scioccanti e rinfocolata da una nuova ondata di panico. Su scala minore, esplosioni di fervore patriottico circondano con costanza e regolarità gli eventi sportivi, con l'establishment sportivo mondiale specializzatosi nella fornitura di valvole di sfogo e le società di promozione commerciale che lucrano su questo diffuso agitar di bandiere.

Dimostrazioni di fedeltà alla nazione e manifestazioni di unità seguono tuttavia il modello dello sciame - vale a dire uno stile di comportamento individuale copiato in massa - anziché quello di una condotta coordinata di una comunità stabile e compatta, o di un modo d'agire che porti alla creazione di «un insieme maggiore della somma delle sue parti», un insieme per la cui salvezza ciascuna delle sue parti è pronta a sacrificare se stessa. Tali dimostrazioni tendono inoltre ad acquisire il carattere di eventi carnevaleschi: come tutti i carnevali, servono da sfogo per l'emotività accumulata, ma sono per altri versi effimeri e non incidono minimamente sul corso della vita quotidiana, sottolineando, semmai, il progressivo ridursi del ruolo del sentimento patriottico nelle attività «comuni», «quotidiane», ivi inclusa l'ordinaria riproduzione dell'ordine terreno.

Nella vita quotidiana, la nazione contigua con lo stato non è che una sola della vasta gamma di comunità «immaginate» che competono per ottenere lealtà e assurgere a fulcro di un sentimento comunitario. La composizione di tale gamma varia nel tempo, e i fronti di battaglia tra i contendenti sono in perpetuo movimento. Qualsiasi priorità possa acquisire un dato coinvolgimento emotivo sui suoi rivali, raramente è assoluta e non ha mai la garanzia di durare il tempo necessario ad assolvere il compito prefisso. Tutti i legami sono di norma preconfezionati, con in dotazione dei kit di fuoriuscita, anche se nel bel mezzo di un accesso emotivo l'interruzione del legame potrebbe apparire inconcepibile. L'economia della lealtà fondata sull'emozione ha tutti i tratti della politica da «campagna» di Richard Rorty, anziché quelli della politica di «movimento». Le posizioni assegnate a diverse comunità «immaginate» (o «presunte», o «gruccia») (5) nelle gerarchie di fedeltà costituite collettivamente o individualmente salgono e scendono o svaniscono del tutto da un evento all'altro nel corso di vite vissute come un susseguirsi di episodi relativamente indipendenti tra loro.

L'aspetto particolarmente rilevante per la nostra discussione di questo perpetuo «balletto» di fedeltà è la sempre più evidente e forse irreversibile perdita della posizione di privilegio (e di "inattaccabile" superiorità) goduta o rivendicata dallo stato nazionale. Lo stato, spogliato di gran parte della sua sovranità un tempo onnicomprensiva, «totale», posto dinanzi a una situazione «senza alternative» molto più spesso di quanto non sia libero di scegliere le proprie politiche e pressato da forze esterne anziché dalle preferenze democraticamente espresse dei suoi cittadini, ha perso buona parte del suo antico fascino in quanto luogo per un investimento sicuro e proficuo.

Il nazionalismo nella sua forma moderna sarebbe stato inconcepibile senza la credibile rivendicazione alla sovranità totale da parte dello stato moderno, ed è poco probabile che sopravvivrà al venir meno o alla rinuncia a tale rivendicazione. Una rivendicazione oggi ripetuta di rado, e ancor meno spesso perseguita con un minimo di tenacia, e che anche quando la si percepisse dà più l'impressione di essere un discorso d'incitamento, un tentativo disperato e poco convinto di rispolverare ricordi da tempo sopiti, nella speranza di resuscitarne i rudimentali poteri d'ispirazione, anziché una dichiarazione d'intenti e ancor meno un appello all'azione o una chiamata alle armi.

Si è spesso detto che il venir meno dello stato nazionale, e in particolare l'incombente divorzio tra stato e nazione cui nessuna delle due parti è certa di sopravvivere, è un fenomeno locale, limitato a un'agiata e benestante parte del globo sazia e sopita dalla sua sicurezza reale o presunta, una sicurezza ritenuta saldamente ancorata al proprio potere economico e superiorità militare. Nel resto del mondo - così ci viene detto - la turbolenta epoca di costruzione della nazione sostenuta e istigata dallo stato è ancora di là da venire; i nazionalismi in terre lontane (non «occidentali» o non sufficientemente «occidentalizzate»: bloccate o rallentate sulla via della forma di vita «occidentale») sono appena nati e si preparano a compiere i passi intrapresi in passato dai paesi dell'«Occidente». Questa storia tuttavia fa acqua da tutte le parti, ed è contestabile su vari fronti.



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